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"Comunque le insegnanti donne di questo corso, rispetto agli uomini, spaccano il culo. Bisogna dirlo. E lo dico io che sono tutto fuorché femminista", mi ha detto qualche tempo fa Cristina, dopo una lezione in università (sì, amici, io Giulia C. sono tornata all’università, ma questa è un’altra storia).

Sul momento non ho detto nulla, mi sono limitata a un "Sì, è vero" (perché peraltro, è proprio vero, ma anche questa è un’altra storia) e me ne sono andata. Ma mentre camminavo per Milano, a testa bassa nei miei pensieri, mi sono tornate in mente le parole di Cristina e mi sono chiesta perché. Perché anche lei, come tante altre donne che conosco, non vuole definirsi femminista?

Forse perché anche a Cristina, come a molti di noi, hanno insegnato che le etichette sono sbagliate, che non è giusto semplificare, incasellare, lasciarsi definire invece di autodefinirsi. Ma in fondo femminismo non è solo una parola? Perché ci fa così paura? Perché appartenere a una categoria ci rende necessariamente intransigenti, rigidi, severi? È perché noi - che con le nostre parole siamo in grado di distruggere anche le persone che più amiamo - non vorremmo mai esserlo?

Eppure dare un nome alle cose è il modo che abbiamo per appropriarci del mondo, è la cosa che ci distingue dagli animali. Perché rinunciare a ciò che ci rende umani?

In questo racconto Lucia Moschella ci parla di noi, che siamo umani, ma spesso anche bestie - nessuno escluso. E persino bestie amate.

 

Illustrazione di Giorgia Brugnoli di TUTTE Collective


Del tutto umani


di Lucia Moschella

 

Eravamo esseri umani, ed eravamo animali. Indossavamo tacchi alti, gemelli alla camicia, autoreggenti di nylon pregiatissimo. Camminavamo per le strade delle grandi città, conducevamo meeting, bevevamo champagne. Ma non eravamo del tutto umani. Ognuno di noi aveva un Bestialismo in più. A qualcuno potevi scoprire una peluria pronunciata sulla fronte. Altri avevano i canini affilati, di lupi. Altri ancora, dove la sottoveste di seta si scampanava e il cavallo dei pantaloni si biforcava, odoravano di piscio. O di pelo umido, o di ghiandole strizzate di cane, o di tutto il resto di cui puzzano gli animali. Le persone si curavano, si profumavano, e molto: decisamente più del dovuto. Ma quell’olezzo poteva restarti addosso per ore; grasso vanigliato.
Ci dicevano che la mutazione capitasse crescendo, dopo la pubertà, e di lì in poi, in effetti, poteva accadere a qualunque età e in un momento qualsiasi. Un momento solo, una mutazione unica, definitiva. Passeggiavi, ballavi, lavoravi. E l’alito diventava feroce. O la bocca si slabbrava in un sorriso da orango. O dalla testa emergevano corna d’avorio. Di quel momento ti saresti ricordato per tutta la vita.

Il giorno prima era successo a una tipa in metro. Quando un uomo con il muso da dobermann le aveva palpato il culo, lei gli aveva dato uno schiaffo e gli aveva detto: Sei un merda. Così, senza grammatica. Quindi le erano spuntati dei sottili, storti, sporchi denti da iena, e mentre la sua denuncia era applaudita da tutto il vagone, lei era scappata via correndo con due mani sopra la bocca a nasconderla. L’avevano intervistata.

Il suo gesto è stato eroico, signora.

E invece io mi faccio schifo, signore.

Per tutta l’intervista aveva parlato col dorso della mano sopra la bocca.

Potevi non accettare mai il tuo Bestialismo, ma la verità era che la gente vedeva gli umani mutare ogni giorno, in tempo reale e prima che tu stesso te ne accorgessi, e ormai non ci facevano neanche più caso. Sapevano che prima o poi sarebbero arrivati, e allora, dovunque capitasse e qualunque dettaglio fosse, loro si giravano, ti guardavano, capivano. E poi passavano oltre. Alla propria vita. Ai propri Bestialismi.

I nuovi umani non erano violenti, non affilavano gli artigli. Potevano essere più o meno mutati, più o meno schifosi, ma alla maggior parte di loro accadeva che per lungo tempo – o addirittura, per tutta la vita – utilizzassero pacificamente le loro componenti animali. Non graffiavano, non usavano i canini per mordere te o staccare il braccio a un altro, voglio dire. Erano esseri umani, come tutti: si sceglievano i partner e li amavano, li baciavano in bocca, ci facevano l’amore; studiavano, avevano una carriera, viaggiavano. Potevano anche essere molto acculturati, addirittura scrittori. I Bestialismi li imbruttivano? Nessuno era escluso, e a volte proprio quel dettaglio selvaggio era peculiare. Eccitante.

A me piacciono quelli un po’ felini.

Ah, non dirmelo. Io vado matta per il biondo criniera.

Ne ho visto uno con un occhio di Husky. Uno solo. Che sguardo.

Capitava che a volte certi umani dello stesso sesso si riunissero in branco, anche se i loro Bestialismi appartenevano a razze diverse. Bevevano alcool e alludevano al sesso e guardavano quelli che passavano; facevano battute oscene agli altri del branco su quel culo, su quelle spalle. Chi passava davanti se ne accorgeva, e di solito sorrideva.

Quella sera stavo vedendo la TV in soggiorno, nella casa che era mia e di Tommaso, il mio compagno. Stavamo insieme da tempo, e la cosa strana di noi era che nessuno dei due aveva Bestialismi. Per giorni, quando c’eravamo conosciuti, ce l’eravamo cercati addosso: Dove li nascondi, Dài, Mi prendi in giro, Ma io no, ti giuro, tu? Neanche io, Davvero, e allora perché non mi credi, Dài, no, tu ce li hai, ce li hai e non vuoi dirmelo. Ci divertivamo come pazzi insieme e adoravamo la vita per come ce l’eravamo costruita.

Era l’una di notte, ma non avevo voluto andare a dormire insieme a lui: avevamo litigato e avevo preferito indugiare in soggiorno.

Non mi ascolti un cazzo, gli avevo detto io.

Ti stavo ascoltando, aveva detto lui.

Dimmi che ho detto.

Che gioco è. Siamo alle medie?

Dimmi che ho detto.

Non lo so che hai detto. Dici 80 cose al secondo. E quasi tutte sono stronzate, mi aveva detto lui.

Brava io, che ti ascolto pure quando dici ognuna delle tue fottutissime cagate da artista. I primitivi che non conoscono il blu! La profondità della parola non-chalance! Ma trovati un cazzo di lavoro.

Certo, mi trovo un lavoro, così divento isterico come te, a rodermi il culo per tutto, pure per gli opinionisti in tv.

Eravamo rimasti in silenzio. Io fissavo la televisione e lui, in piedi alla mia destra, respirava forte. Poi si era avvicinato verso di me, e io, dentro il plaid in cui ero, mi ero ritratta. Lui però si era fermato molto prima; aveva preso il calice di vino rosso mezzo vuoto posato sul tavolo davanti a me e aveva bevuto quel che restava del Barbera, con calma. Era uscito dal soggiorno ed era andato in camera. Io, rannicchiata sul divano, tendevo l’orecchio. Speravo tornasse, ma non lo faceva. E io non andavo da lui. Qualche ora dopo lo avevo sentito russare, e mi ero concessa di andare nel letto in cui dormivamo insieme. Speravo di non svegliarlo. Mi vergognavo di me, e allo stesso modo di lui. Eravamo stati atroci.

Mi svegliai di colpo a notte fonda. I capelli sulla nuca erano inzuppati, e sentii un odore insopportabile. Forse è il ciclo, pensai, Gli odori diversi. Mi voltai alla mia sinistra, verso Tommaso. Dormiva sereno. Aveva la mano posata sulla mia coscia, come sempre. Ma questa volta era di animale. La guardai bene. Al posto delle unghie aveva artigli. A riposo, innocui. Ma sulla mia coscia sinistra. Mi fissai a un palmo dal suo naso, a guardarlo dal mio cuscino, e mi sembrò bello come sempre. Nel movimento dovetti averlo svegliato, e lui aprì gli occhi. Mi guardò con dolcezza, e con le sue mani mi avvicinò a sé tenero. Sentii gli artigli sulla schiena, ma fu appena una pressione, un fastidio più che un dolore.

Dormi, mi disse, Dormiamo.

Adesso aveva la mano sopra il mio fianco. Era pelosa, soffice. Una morbidezza che nel mio immaginario apparteneva a un grande mammifero, forse a un mammut. Presi ad accarezzargliela, dosando la mia forza: ero più sveglia di lui. Tommaso rilassò la bocca in un sorriso, e con movimenti da addormentato mi accarezzò appena sotto il coccige. Gli infilai la lingua in bocca e presi a baciarlo appassionatamente, e lui ricambiò. Quando mi ritirai però sentii la lingua strana, come spezzata. Era nera, sottile. La ritirai in bocca, e dovetti avere un sussulto. Lui se ne accorse perché mi fissò.

Che c’è?, mi disse.

Tirai fuori la lingua, incrociando gli occhi per riuscire a vederla meglio.

Lui sorrise.

Ah, disse. Anche tu. Elegante, chiosò. La mia mano l’hai vista?

Sì, dissi io.

Sono arrivati, mi sussurrò.

Come a tutti, risposi.

Mi accarezzò la coscia, e io posai la mano sopra la sua zampa. Tirai fuori la lingua e lui me la baciò, esattamente dove si biforcava in due sottili lembi neri. Sudammo sotto le lenzuola, ci rotolammo dentro i nostri nuovi umori. Eravamo bestie, ed eravamo ancora noi.

Lucia Moschella è nata nel 1990 a Siracusa. Dal 2013 vive a Torino, dove lavora come copywriter freelance. Oltre a scrivere racconti, articoli e narrativa è co-fondatrice del progetto Love Storage, racconti di storie d’amore tramite le scatole con gli oggetti degli ex.
 
Cose belle che abbiamo letto in giro!

Il punto di partenza di questa newsletter è il linguaggio, e come questo influisca nella nostra percezione del mondo. Quindi anche la nostra rassegna comincia da qui: perché se non c'è femminile, non c'è maschile. E poi, uno degli uomini che più adoriamo: Justin Trudeau e le sue lezioni con stile

Sono usciti i nuovi dati ISTAT sulle molestie sessuali in Italia: mostrano un calo in quasi tutte le forme di molestie. Comunque il 43,6% delle donne italiane ha dichiarato di averle subite nel corso della sua vita. 

È tempo di Olimpiadi, quindi il momento giusto per parlare di grandi atlete che hanno fatto la storia.  

"Ho studiato con altre ragazze e, nonostante abbia due fratelli, fino all'adolescenza i maschi erano ridicoli per me, quasi non esistevano. Al contrario ho sempre conosciuto bene i desideri e le storie delle donne". Quanto ci piace Bianca Pitzorno.

Sempre in tema di letture vi segnaliamo un libro d'artista per chi ama la fotografia: She shoot film. E l'ultimo fumetto di Silvia Rocchi, Brucia, storia di amicizia tra donne di cui la diversa estrazione sociale ne determinerà l'esito. 

Infine, per i lettori che di voi stanno a Milano, segnaliamo un evento che si terrà alla libreria Verso: mercoledì 21 febbraio Annarita Briganti (autrice della prima stagione), Ludovica Lugli (vecchia conoscenza della nostra newsletter) e Davide Mosca parleranno di libri che hanno amato, scritti da donne. E non potrà mancare uno dei casi editoriali del momento.

A presto,

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