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Benvenuti, questo è il numero sessantaquattro di MEDUSA, una newsletter bisettimanale a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not

MEDUSA parla di Antropocene, dell
impronta dellessere umano sulla Terra, di cambiamenti climatici e culturali. Storie dalla fine del mondo per come lo conosciamo, ogni due mercoledì.

MEDUSA è divisa in tre parti: un articolo inedito e due rubriche, i link dei Cubetti e i numeri della Cabala. Per il resto, se volete scriverci potete rispondere direttamente a questa email o segnarvi il nostro indirizzo: medusa.reply@gmail.com. Siamo anche su Instagram.


In questo numero leggerete di piscine e guerre mondiali, di filosofi e bio-hacker, di anime in pena e dispositivi, oceani e ponti.
MEDUSA • NUOTO
di Matteo De Giuli
 
Sul viale lungo la Miljacka, all’altezza del Ponte Latino, a Sarajevo, un colpo esploso dalla semi-automatica di Gavrilo Princip colpisce al collo l'arciduca Francesco Ferdinando, il 28 giugno 1914. L’erede al trono Austro-Ungarico muore dopo pochi minuti. Nel giro di un mese l’impero dichiara guerra al Regno di Serbia e nel resto d’Europa precipitano antichi rancori tra nazioni e potenze politiche che portano al conflitto militare che oggi chiamiamo Prima Guerra Mondiale. Cosa provano i cittadini tedeschi, austriaci, francesi, russi a vivere questi eventi prima che diventino per sempre storia? In quelle settimane, Stefan Zweig scrive, sul giornale viennese Neue Freie Presse

“Nulla, nulla può trovare pace e riposo in giorni simili, l’umanità ha trascinato nella sua battaglia assassina gli animali e la natura. Più breve è ora il sonno del mondo, più lunghe le notti e più lunghi i giorni”. 

L’armistizio sarà firmato solo l’11 novembre del 1918, dopo la morte di 10 milioni di soldati e 7 milioni di civili. All’inizio di tutto, il 2 agosto 1914, quando il governo tedesco decide ufficialmente di prendere parte alle ostilità, Franz Kafka, a Praga, annota su un quaderno:

“La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. – Nel pomeriggio, lezione di nuoto”.

È un passaggio dei suoi diari che è stato usato spesso per rinsaldare il mito di uno scrittore geniale e distante, talmente assorbito dalle proprie ossessioni, dalla “lucidità vertiginosa dei propri incubi”, come scrive per esempio Javier Cercas, da rimanere “indifferente alla storia”, estraneo alle questioni politiche, incurante persino dei grandi drammi del suo tempo. 

Personalmente, ho invece sempre letto quella frase come se fosse un suo brevissimo racconto, dove Kafka, tutt’altro che disinteressato, in un lampo descrive, alla sua maniera, l’impotenza del singolo contro un accidente inconcepibile come lo scoppio di un confitto mondiale. Davanti alla guerra, che è un’epica impossibile da contenere in un unico pensiero, un uomo qualsiasi non può fare altro che cercare rifugio nella propria ridicola quotidianità, finché ce n’è una, e andare a lezione di nuoto. 

(Neanche la mia, di teoria, sta bene in piedi: i biografi di Kafka hanno dimostrato che i suoi sentimenti nei confronti della guerra sono stati ambigui, e non fu certo un pacifista, cercò anzi più volte, invano, di arruolarsi. Ma il fatto che volesse partecipare al conflitto – erano pure altri tempi – non significa che non avvertisse allo stesso tempo la soffocante eccezionalità di quello che stava accadendo). 

In questi giorni sto rileggendo molti racconti di Kafka. Uno a cui non avevo mai prestato grande attenzione è “Un vecchio foglio”, scritto proprio durante la guerra. Inizia così:

Sembra che molto sia stato trascurato nella difesa della nostra patria. Finora non ce ne siamo curati e ci siamo dedicati al nostro lavoro; ma gli eventi degli ultimi tempi ci preoccupano.

Continua descrivendo una città occupata da una folla di nomadi che sporcano, fanno casino, parlano una lingua sconosciuta, sembrano corvi che gridano, forse non sono neanche umani, “gli si rovesciano gli occhi e gli esce la schiuma dalla bocca”. Si prendono tutto quello di cui hanno bisogno e a un certo punto del racconto, verso la fine, divorano, vivo, il bue del macellaio. Lo fanno proprio sotto il palazzo dell’Imperatore, che non fa nulla per fermarli. Il finale: “A noi artigiani e commercianti è affidata la salvezza della patria; ma noi non siamo all’altezza di un simile compito; né mai ce ne siamo vantati. Si tratta di un malinteso; e questo malinteso è la nostra rovina”. Di cosa parla questo racconto? Di nuovo: di quello che si prova a sentirsi in trappola, mentre la quotidianità a cui eravamo abituati (commercianti e artigiani) viene schiacciata da una minaccia indecifrabile. 

Kafka riusciva a concentrare la tensione narrativa delle sue storie dentro a un nucleo essenziale, senza dover delineare l’evoluzione di vicende o personaggi e senza arricchire i racconti di troppe descrizioni (“intuì che del mondo circostante ormai andava nominato il numero minimo di elementi”, scrive Roberto Calasso in K., “un affilatissimo rasoio di Occam che affondava nella materia romanzesca”). Basta pensare a qualcuno dei suoi racconti più noti, “Il cruccio del padre di famiglia”, “Davanti alla legge”, ma ci sono anche scritti minori di Kafka che sono poco più che aforismi, come “Il prossimo villaggio” oppure “Piccola favola” – quest’ultimo è talmente breve che possiamo riscriverlo per intero qui:

– Ahimé, – disse il topo, – il mondo si rimpicciolisce ogni giorno di più. All’inizio era così grande da farmi paura, mi sono messo a correre e correre, e che gioia ho provato quando finalmente ho visto in lontananza le pareti a destra e sinistra! Ma queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho già raggiunto l’ultima stanza, e lì nell’angolo c’è la trappola cui sono destinato.
– Non devi far altro che cambiare direzione, – disse il gatto, e se lo mangiò.


David Foster Wallace usò proprio “Piccola favola” per parlare della comicità di Kafka (nella raccolta Considera l’aragosta), ma già Bruno Schulz e Kundera e altri ancora avevano proposto una lettura comica e non solo tragica delle sue opere, e persino il suo amico Max Brod raccontò di come “quando Kafka leggeva i suoi scritti agli amici, quell’umorismo diventava particolarmente manifesto. Ridemmo, per esempio, senza freno quando ci fece sentire il primo capitolo del Processo. Egli stesso rideva talmente che per qualche momento non era capace di continuare la lettura”.

“La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. – Nel pomeriggio, lezione di nuoto” ha la levigatura di una barzelletta, è una scintilla assurda provocata dalla frizione di una cosa enorme contro un’altra assolutamente insignificante.

***

Solo qualche tempo fa la pandemia che stiamo vivendo oggi era concentrata tutta in una particella mille volte più piccola del diametro di un capello, che ha invaso una cellula e poi altre ancora, rimanendo all’inizio confinata nel corpo di un animale, probabilmente un pipistrello, per passare a qualche altro animale, forse di altra specie, prima di toccare il primo essere umano. La storia evolutiva dei virus risale alle origini della vita cellulare, anche per questo è così efficiente, e nel giro di pochi mesi quest’eredità antichissima ha permesso a quell’unica particella invisibile di crescere, dal nulla che era, fino a prendersi tutto il pianeta. Viaggiando in una maniera che per noi rimane ancora un mistero, spesso senza neanche lasciare traccia, ha ucciso centinaia di migliaia di persone e ha piombato la Terra in una crisi sanitaria impensabile, che non sappiamo quanto durerà, ma durerà a lungo, e che in un modo o nell’altro, nell’ultimo tassello di un lunghissimo domino, finirà anche per lasciare il suo segno sull’atmosfera e di lì sul clima del pianeta. 

Tutto quello che ho scritto fino a qui credo sia una lunga e intricata giustificazione: dopo tre anni di newsletter in cui abbiamo parlato di esseri uman e ambiente e di come si fondono natura e società, davanti alla pandemia, negli ultimi numeri, ci siamo rifugiati negli affetti personali, abbiamo scritto di poesie, di abbracci, di ricordi adolescenziali e, oggi, di Kafka, preferendo forse parlare del corso di nuoto piuttosto che della guerra, ma cercando in fondo di raccontare la stessa cosa.
CUBETTI
#1 NOTES
Stiamo leggendo Notes from an Apocalypse, il nuovo di Mark O’Connell, autore di Essere una macchina. Il suo primo libro era un reportage sarcastico sul mondo dei transumanisti, dei bio-hacker, delle anime in pena che pagano decine di migliaia di dollari per chiedere che il loro cadavere venga congelato, nella speranza che la scienza trovi prima o poi la ricetta per riportarli in vita. 

Notes from an Apocalypse può essere considerato il seguito del primo: il secondo capitolo della sua indagine sulla mortalità, scritto con lo stesso approccio personale e ironico. Questa volta O’Connell incontra il mondo dei survivalisti, dei preppers, di quelli che per paura di una apocalisse sulla Terra sperano di andare a vivere su Marte o si rifugiano in una foresta. Non aveva previsto la pandemia: lo scenario pandemico non è considerato, e la parola “virus” compare solo di sfuggita.

Caspar Henderson (autore del Libro degli esseri a malapena immaginabili), recensendolo su Nature lo paragona a Samuel Beckett, Woody Allen e W. B. Yeats. Senza dubbio esagera.

Abbiamo pensato di approfittarne, però, e condividere con voi questa intervista che Matteo aveva fatto a O’Connell un anno fa, in occasione dell'uscita del suo primo libro - era stata pubblicata su National Geographic Italia ma ora non è più disponibile online, quindi l'abbiamo caricata qui.

#2 DAGLI ALL’UNTORE
Tra i viventi, Giorgio Agamben è uno dei filosofi più influenti, in Italia e non solo. Per chi non lo conosce e vorrebbe rimediare, Agamben ha pubblicato centinaia di scritti, articoli saggi libri, tra questi Homo Sacer, che qualche anno fa è uscito nella sua versione definitiva: 

“L’archeologia del pensiero politico e filosofico occidentale sviluppata nel progetto Homo sacer non si limita semplicemente a criticare e correggere alcuni concetti o alcune istituzioni; si tratta, piuttosto, di revocare in questione il luogo e la stessa struttura originaria della politica e dell’ontologia, per portare alla luce l’arcanum imperii che ne costituisce il fondamento e che era rimasto, in esse, insieme pienamente esposto e tenacemente nascosto”.

La nostra solidarietà al redattore che ha dovuto riassumere un libro di 1392 pagine in un paragrafo. In ogni caso, le riflessioni di Agamben incontrano sacro e profano, la cesura tra la bestia e l’uomo, i diritti del nostro corpo, i limiti del nostro linguaggio: di conseguenza Agamben è tra le influenze dirette che ci hanno portato a mettere in piedi il nostro progetto, e in questi anni non abbiamo mancato di citarlo.

Il problema è che Agamben ha 78 anni. Il problema non è strettamente anagrafico, ma il suo collocarsi in una pratica filosofica che – banalizzando – potremmo definire novecentesca. Benjamin e l’ermeneutica, Foucault e i dispositivi, Heidegger e l’etimologia. Ha senso, ed è pure bello: dopotutto Agamben con Heidegger ci passeggiava.

Però non basta più. Il mondo sta cambiando, ogni giorno e per sempre, e la biblioteca del pensiero si sta replicando in stanzette e saloni a cui Agamben non vuole, non può, non riesce ad accedere. Ed ecco che all’improvviso una pandemia globale – di origine zoonotica, diffusione incendiaria, antagonisti ignoti – rivela i limiti del suo agire teorico.

Il primo dei suoi interventi, così discussi e forse poco letti, si intitolava L’invenzione di un’epidemia. Una scelta infelice, mai ritrattata. Poi ne sono arrivate altre, il diario si sussegue fitto, e si legge (un esempio tra i vari):

è evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi.

Se vi è capitato di vedere soltanto un minuto di quelle orribili immagini morbose filmate negli ospedali, o di parlare con chi lavora nelle RSA, questa citazione si mostrerà non solo superficiale, ma pericolosa e ottusa; purtroppo, direbbe chi li ha vissuti, non siamo negli anni Cinquanta, le informazioni oggi volano si diffondono e così i virus sconosciuti nel mondo globalizzato. La pandemia si stringe alla globalizzazione, può essere studiata e discussa soltanto con gli strumenti adatti: COVID-19 non è un’invenzione del panopticon, è una forza della natura.

Gli ultimi interventi del filosofo persistono in questa miscela di ponderata saggezza e improvvisazione provocatoria. Di nuovo, nelle Nuove riflessioni si impastano considerazioni che diremmo di buon senso, come la minaccia alla privacy o il pasticcio dei media nel discorso scientifico, insieme ad assurde correlazioni tra la ricerca scientifica contemporanea e gli esperimenti biologici nazisti, come se nel sapere scientifico non esistesse un campo di indagine intorno alla bio-etica e alla morale.

Ieri è uscito l’ultimo articolo, intorno alla Fase 2: nel testo Agamben giustamente esige “il diritto alla verità, il bisogno di una parola vera”, inferendo che la mistificazione del linguaggio politico sia un fenomeno recente e non antichissimo, genetico si potrebbe dire, praticato con solerzia e proprietà anche e soprattutto nella prima Repubblica che ha cresciuto il filosofo; insomma, continua la sensazione di un a priori edenico che a noi non sembra esistere, e che forse si sovrappone a un orizzonte nostalgico.

Così, purtroppo, non va bene. Ma non ci piace troppo neanche la lapidazione pubblica, la pletora di articoli che spingono per salire sul carro del vincitore. Siamo (tutti) un po’ meglio di così. Sulle misure di contenimento e distanziamento e militarizzazione ci sarà ancora molto da discutere, ed è igienico considerarle emanazione di un apparato politico/burocratico/sanitario, e non appelli divini da infondere nei nostri spiriti abbandonati.

 
CABALA
Esiste tra il 50 e il 75%  delle probabilità che il 2020, nonostante tutto, sarà l’anno più caldo da quando registriamo le temperature. 

È una stima della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), agenzia federale USA. Alla NASA si fermano al 60%, per ora.

Gennaio è stato il più caldo di sempre, e nel mondo continuano i nuovi record, come i 20 gradi in Antartide misurati a febbraio. Il riscaldamento globale non si ferma.

Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 416,16 ppm (parti per milione) di CO2.
E questo è tutto: tra due mercoledì, la prossima edizione di MEDUSA.

 
2020 © DE GIULI - PORCELLUZZI 






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