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Benvenuti, questo è il numero cinquanta di MEDUSA, una newsletter bisettimanale a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not

MEDUSA parla di Antropocene, dell
impronta dellessere umano sulla Terra, di cambiamenti climatici e culturali. Storie dalla fine del mondo per come lo conosciamo, ogni due mercoledì.

MEDUSA è divisa in tre parti: un articolo inedito e due rubriche, i link dei Cubetti e i numeri della Cabala. Per il resto, se volete scriverci potete rispondere direttamente a questa email o segnarvi il nostro indirizzo: medusa.reply@gmail.com. Siamo anche su Instagram.


In questo numero leggerete di linguisti austriaci e persone distese, di altari e Zichichi, Toc e Maldive, metalli e IPCC.
MEDUSA • FAME
di Nicolò Porcelluzzi


Questa estate ho letto dei brani di Perifrasi del concetto di fame, il mattone di Leo Spitzer, un ventottenne viennese che nel 1917 venne incaricato al controllo della corrispondenza dei prigionieri italiani. Perifrasi uscì dopo la guerra, nel 1920, quando Leo Spitzer non era ancora uno dei più grandi linguisti e critici letterari del Novecento.

Perché perifrasi, e cosa c’entra la fame?

Ai soldati italiani era stato proibito descrivere nelle lettere a casa le condizioni misere della prigionia, vietate quindi espressioni come “ho fame”, “sono affamato”, e simili: avrebbero attentato al prestigio dell’impero asburgico. Ma la coercizione alimenta infallibilmente il suo opposto, il bisogno di creare, e così dalla massa di scrittori analfabeti è nata una ramificazione di strategie letterarie, mistificazioni, sciarade e giochetti. Oltre agli espedienti più elementari – disegni e soluzioni grafiche (l’autodidatta, disperato, crede che parentesi, trattini e puntini possano nascondere la fame, e non evidenziarla) – nelle lettere si affollano figure retoriche della varietà più favolosa. Claudia Caffi, la curatrice del volume, ne anticipa diversi esempi.

Ci sono gli anagrammi (ci troviamo in compagnia della signorina Mefa, Lema, e Vegra…, oppure, Pregiatissima Signora Scotipa Mefalia), le personificazioni di stampo dantesco (qui si ugolina abbastanza, oppure, si è pensato fra noi di fare un teatrino ed è riuscito bellino. Si rappresenterà quanto prima il conte Ugo e poi Lino), suffissi pseudomedici in -ite (Qua siamo affetti di patatite e fagiolite acuta, così ingrassiamo straordinariamente), rebus (una nota e un pronome potranno farti sapere ciò che provo in questo istante), le metatesi di suffissi (io mi trovo magramente bene, riguardo la mangiatora, anzi magramentissimo l’innocenza indovina), e tanto altro. Centinaia di esempi scelti tra migliaia, e in ogni riga l’impossibilità di dire la fame.

Leggendolo non potevo immaginare che qualche mese dopo avrei conosciuto dei digiunanti.

Il 7 ottobre a Roma quindici volontari di Extinction Rebellion hanno iniziato uno sciopero della fame con l’obiettivo di portare all’attenzione delle istituzioni (Ministero dell’Ambiente e Presidenza del Consiglio in primis) l’emergenza climatica ed ecologica di cui si è iniziato a parlare almeno mezzo secolo fa.

Non ci si può limitare al registro ironico, cinico e saputello di fronte a un movimento internazionale che, nonostante un’ingenuità a volte eclatante e una disorganizzazione direi per ora fisiologica, è riuscito nel giro di qualche mese, in Italia, a discutere con il ministro dell’Ambiente in merito all’inadeguatezza del nuovo decreto legge sul clima.

La scorsa settimana, a titolo personale, sono andato a vedere da vicino i primi due giorni di sciopero, iniziato in una piazza accanto all’altare della Patria e spostatosi – martedì 8 – nel presidio fisso di Piazza Montecitorio, di fronte alla Camera dei deputati.


L’altare
Sono giovani, spesso più giovani di me, e questo lo sapevo. Scambiando qualche parola con S., un’attivista di Padova che avevo conosciuto a Bologna, scopro che ha soltanto vent’anni. Com’è normale, non è mai stata a Roma. Mi dice che “l’Altare della Pace sembra costruito dai greci”  e mi torna in mente quando in autobus, l’anno scorso verso Largo Argentina, c’era una comitiva di ravvenate per un addio al nubilato che l’aveva chiamato la Casa della Patria  (anche da queste cazzate si compatta la tenerezza di un nazionalismo naïf, di buone intenzioni).

Allora indico a S. il balcone di piazza Venezia, da dove siamo seduti si vede tra i pini, lì si agitava Mussolini, sbracciava… le si dilatano le pupille. Passano a dirle che manca mezzora al die-in, una breve performance – il racconto folcloristico della morte degli alberi per mano dell’uomo – che si conclude nel collasso a terra di una quarantina di attivisti, il die-in appunto. I ragazzi si organizzano, “allora quando vedete che muoio, mi seguite, ok?”.

Die-in del 7 ottobre. Il telefono nuovo vede colori alieni.

Li stimo. Ho capito che farò sempre fatica a mescolarmi perdutamente a qualsiasi gruppo – soffro di un deficit di entusiasmo, che è il collante dei grandi gruppi – ma sono contento ci siano loro per me a cantare con l’ukulele, camminare scalzi, e non giudicarmi se in mezzo a loro sembro un becchino. Ma li stimo soprattutto per lo sciopero della fame, una forma d’amore costretta ad attraversare un percorso di sofferenza.

Oggi in questa sede non voglio pontificare sull’efficacia politica dell’azione in sé, la magnitudine dei risultati ottenuti si potrà calcolare solo nelle prossime settimane, mesi, anni. Oggi mi piacerebbe che ascoltassimo insieme cosa significa non mangiare per un’idea.

Il digiuno
Di fronte a dei digiunanti è meglio non parlare di cibo, è meglio ricorrere alle perifrasi, anzi, è meglio non parlarne e basta. Però: tra i ragazzi di XR c’è Stefano, ha ventisei anni, negli ultimi tempi ci siamo trovati a parlare di oceani e metano, ci siamo trovati bene.

Quando mercoledì sono partito da Roma gli ho chiesto di aggiornarmi ogni mattina sulle sue condizioni, nel tentativo di dare una voce a chi ha deciso di fare la fame. Ecco allora alcune perifrasi di sacrificio per l’ambiente, rubate a Stefano, che ringrazio.



10 ottobre

Oggi è il terzo giorno di sciopero della fame. Lo stomaco non gorgoglia, non sento i crampi, a livello fisico mi sento benissimo. Ieri avevo un grande mal di testa, mi sentivo molto debole; poi stamattina mi sono svegliato e mi sembrava di non avere mai digiunato. La frenesia degli eventi non è compatibile con quello che stiamo facendo… Stiamo cercando di ottenere un incontro con Fico, forse per lunedì o martedì, sarebbe una settimana di digiuno, e non è poco. Stiamo bevendo tantissima acqua.

11 ottobre

Oggi è un po’ più difficile. È stato più difficile addormentarsi. Mi è uscito un herpes sul labbro e ho la gola che brucia senza un buon motivo, bevo molta acqua. La sensazione è quella di uno svuotamento delle energie. E di grande lucidità. Inizio a pensare che quello che di solito mangiamo di superfluo toglie energie al pensiero. Qua nessuno mangia, ci si sente molto stanchi, alcuni hanno molta fame e altri non ne hanno proprio, alcuni hanno mal di testa, altri una febbricola molto bassa. Di fatto però stiamo bene, la pressione è costante, il battito va bene… tutto a posto. Purtroppo ho perso molto, 3 chili e mezzo, spero di non perdere più del 10% del mio peso corporeo – il limite che non possiamo oltrepassare. Abbiamo ottenuto l’incontro con Costa, oggi lo vediamo alle 15:30. Abbiamo deciso di alzare le richieste e chiedere un incontro a Conte. In quel caso smetteremmo di digiunare.


Lo sciopero della fame in piazza Montecitorio.

12 ottobre

Oggi ci sentiamo tutti un po’ meglio, abbiamo dormito, almeno – io. Però ci sentiamo anche stanchi, sfiniti… La cosa incredibile è che gran parte di noi non sente la fame, più che altro sentiamo la stanchezza. Facciamo molte cose, anche soltanto girare per Roma è un’impresa. Le piantine che ci ha dato Marco stanno crescendo... avevamo piantato dei semi per vedere come si sviluppa la nostra azione. Ogni tanto affiora non proprio la fame, ma il desiderio della fame, che è una cosa diversa. Sono passati degli indiani al presidio che ci hanno applaudito, hanno detto che sono orgogliosi di noi.

13 ottobre

Qui tutto bene. Stiamo decidendo cosa fare per la fine dello sciopero perché purtroppo domani quasi tutti andranno via [lo sciopero è stato iniziato da 15 persone: 8 sono riuscite a proseguirlo per cinque giorni, solo 4 a finirlo, ndA]. Quando abbiamo iniziato ci siamo detti che già incontrare Costa sarebbe ci avrebbe fatto contenti. Molti scioperanti stanno cedendo alla fame, ed è comprensibile, altri no, sono così determinati che fanno impressione. [Sbadiglia ripetutamente] C'è chi sta cedendo emotivamente, tutte cose prevedibili durante il digiuno; diciamo che inizia a mostrarsi il lato umano, una serie di reazioni che sono naturali in questo momento. Sette giorni a bere acqua, e un po' di sale, ma mi sento molto bene. La medicina è lacunosa riguardo a quello che succede durante il digiuno, è difficile avere un riscontro oggettivo, noi ci basiamo sulle esperienze di chi ci è già passato, sulla tradizione yoga. Dicono che tornare a mangiare sarà più dura del digiuno: all'inizio mangeremo del riso bollito e della verdura cotta. Poi lentamente passeremo ai legumi, e con calma tutto il resto. Il mal di gola che avevo si è spento, l'herpes si è fermato, ho un po' di raffreddore. Usciremo da questa esperienza avendo imparato tante cose, come gestire la convivenza attraverso il dialogo, l'ascolto.

14 ottobre

Oggi è il settimo giorno. Ieri sera camminavo come una larva [ride], ma resta questa sensazione assurda per cui la nostra risposta immediata a “come stai?” è sempre “bene”, perché non stiamo vivendo una condizione estremamente negativa. Io adesso peso poco, peso 49 chili, mi hanno fatto pure delle foto… Oggi siamo molto stanchi e inizia a farsi sentire la fame, è la prima volta che mi capita. Però c’è un torpore dei sensi che ci dà forza.

Domani finiremo lo sciopero della fame.
CUBETTI
#1 CATARSI
ll 9 ottobre 1963, una frana scivolò dal monte Toc nel bacino artificiale creato dalla diga costruita lungo il corso del torrente Vajont. Il tuffo provocò due onde enormi, che spazzarono via case e frazioni, distruggendo il comune di Longarone e causando duemila vittime. Se non l’avete ancora visto, recuperate il monologo teatrale di Marco Paolini del 1993, lo trovate in giro nella versione andata in onda su RaiDue nel 1997.

Quello che è ancora poco raccontato è quello che è successo dopo il 9 ottobre 1963. Jonathan Zenti, nel 2013, per il 50° anniversario del disastro, ha raccontato Longarone oggi nell’audiodocumentario Catarsi, un discorso a più voci sulla meraviglia delle Dolomiti e la stupidità della età moderna. Recuperate anche questo.

#2 RASSEGNA
In questi mesi, e in queste settimane in particolare, grazie a scioperi e manifestazioni si è parlato molto di cambiamenti climatici. Vi segnaliamo un paio di articoli, tra i tanti:

- Con pazienza divulgativa, Antonio Scalari ha raccolto in questo lungo post su ValigiaBlu tutte le cose che dovete essere pronti a tirare fuori quando al prossimo pranzo in famiglia qualcuno citerà qualche editoriale di Libero o un’intervista “illuminante” (negazionista) a Zichichi sul clima: Come facciamo a sapere che il pianeta si sta davvero riscaldando? Ma il clima non è sempre cambiato? Come possiamo essere certi che questo cambiamento climatico è colpa dell'uomo? E se fosse colpa del Sole o di altri fattori come le eruzioni vulcaniche? Perché dovremmo preoccuparci dei cambiamenti climatici? Negli anni '70 gli scienziati non avevano previsto un raffreddamento del pianeta? E i 500 scienziati che hanno affermato che non c’è nessuna emergenza climatica? Qual è dunque la posizione della comunità scientifica sul riscaldamento globale?

- Nel numero di Esquire in edicola trovate questo lungo reportage di Fabio Deotto da Maldive, Louisiana, Lapponia, dove gli effetti dei cambiamenti climatici si stanno già facendo sentire. “Quello che ci serve è sostanzialmente un atto di fede, ma una fede laica, suffragata da decenni di ricerche che convergono incontrovertibilmente su un punto di fuga insostenibile. Presto arriverà il momento in cui la prognosi del riscaldamento globale sarà palese e irreparabile, e a quel punto capiremo che su quella zattera di ghiaccio in mezzo al mare non c’è solo un orso affamato, ci siamo tutti noi, e stiamo sempre più stretti”.

- Il nuovo numero di Jacobin Italia è interamente dedicato alla crisi climatica. Tra le altre cose ci trovate un articolo di Matteo che gira attorno a un libro sul quale torneremo: La guerra dei metalli rari, di Guillaume Pitron, pubblicato in Italia da LUISS, un reportage che racconta la filiera nascosta e i costi ambientali e sociali della cosiddetta rivoluzione “verde”. Lo possiamo riassumere più o meno così: gli impatti ecologici di una transizione energetica mal gestita rischiano di venir pagati esclusivamente da alcuni cittadini, dal Sud del Mondo, dai Paesi poveri o con meno regolamentazioni ambientali e meno diritti, che verranno schiacciati – se non lo sono già – dalla violenza privata e da quella di stato, travolti dal peso di una nuova dipendenza estrattiva: quella dalle sostanze rocciose chiamate metalli rari, appunto, da cui dipende il funzionamento di pale eoliche, pannelli solari, veicoli elettrici.

#3 LIVE
Qualche settimana fa è uscito il nuovo numero di Nuovi Argomenti, ricchissimo, che comprende una sezione tematica curata da Veronica Raimo dal titolo "Cronache dalla Biosfera". Come potrete immaginare, il tema è: l’ecologia. Ne abbiamo scritto una lunga introduzione, una specie di MEDUSA mostruosa dove facciamo quello che ci riesce meglio, divagare di natura e società citando libri.

Sabato, alle 18:00, saremo a Milano, da verso, per presentare il numero con Leonardo Colombati, Fabio Deotto, Veronica Raimo, Giulio Silvano.

P.S. Questo è proprio il tipo di cose che già sapete se ci seguite anche su Instagram.


CABALA
Lo scorso agosto è uscito l’ultimo report dell'IPCC, una delle istituzioni più importanti in tema di emergenza climatica. Il 53% degli autori del report viene da paesi in via di sviluppo.

Secondo l'ONU le specie di animali
e piante minacciate dall'estinzione di massa degli ultimi decenni sono 1 milione, sui circa 9 che popolano la Terra.


Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 408,41 ppm (parti per milione) di CO2.
E questo è tutto: tra due mercoledì, la prossima edizione di MEDUSA.
2019 © DE GIULI - PORCELLUZZI 






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