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Benvenuti, questo è il numero sessantasei di MEDUSA, una newsletter bisettimanale a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not

MEDUSA parla di Antropocene, dell
impronta dellessere umano sulla Terra, di cambiamenti climatici e culturali. Storie dalla fine del mondo per come lo conosciamo, ogni due mercoledì.

MEDUSA è divisa in tre parti: un articolo inedito e due rubriche, i link dei Cubetti e i numeri della Cabala. Per il resto, se volete scriverci potete rispondere direttamente a questa email o segnarvi il nostro indirizzo: medusa.reply@gmail.com. Siamo anche su Instagram.


In questo numero leggerete di tendini e profumi, torri e reggiseni, industriali e cultura animale, di Maradagal e zone rosse.
MEDUSA • BOMBSHELL
di Nicolò Porcelluzzi
 
Da anni ormai, sulla cima del Pirellone, nidificano dei falchi pellegrini.

Sono state montate due telecamere che in primavera mostrano le uova schiudersi, i pulli cambiare tinta nel tempo, i genitori portargli merli e piccioni per sfamarli. È successo anche quest’anno, in piena pandemia. Per settimane i falchetti hanno mangiato le proteine della carne cruda, sintetizzando le trecce di tendini e artigli; più in basso, gli alberi infioravano e nessuno li vedeva, la verdura fresca aumentava di prezzo, i dirigenti entravano e uscivano dalle Mercedes.

Immaginarsi il volo dei falchi adulti non è una curiosità ma un impulso. Con della fortuna si può vederli lanciarsi in volo nella webcam; con molta fortuna può capitare di vedere con l’occhio nudo il corpo nero staccarsi dal pendio del grattacielo, lato sudovest, e planare nel cielo di Milano. Alle otto di sera, qualche minuto dopo.
 
Per qualche ragione animale, preferiscono planare intorno alla torre Diamante e al complesso Solaria, verso Porta Nuova, ignorando la fascia settentrionale, Gioia e Sondrio. Cos’hanno visto in questi mesi, i falchi pellegrini; hanno visto poco traffico e poi sempre di più, i figli per manina, le bici a cottimo. Hanno planato sul palazzo della Regione più colpita, dove degli anziani si filmano con il cellulare mentre si incastrano nelle mascherine di carta e parlano il dialetto dei capi, sgridando i cittadini bambini che non vogliono lavorare, non vogliono stare a casa, non vogliono entrare nei negozi….

Altra stella di questi due mesi: il ventisettesimo piano del Pirellone sempre illuminato, di notte e, impercettibilmente, di giorno. Lato sud. Mi piace pensare, ed è probabile, che qualcuno prima dell’8 marzo si fosse dimenticato di spegnere le luci. Ora si accende e si spegne, come le altre, ma per settimane e settimane quel mezzo piano illuminato ha tenuto compagnia a una fetta di milione di abitanti; immagino; chi guarda il Pirellone la notte, dopotutto? Forse in molti, in mancanza d’altre luci?

 
Ringraziamo Giada per il video.
Altre luci, altre immagini: ogni volta che tornavo a casa con il cibo, riemergendo dalla fossa del supermercato della stazione, in fondo al nastro che mi riportava all’aria aperta la vista veniva interrotta da una di quelle bolle di vetro dove si installano i negozi temporanei, come quello di Victoria’s Secret. Salendo immobile mi si presentava sempre la stessa scena: Barbara Palvin e Josephine Skriver che ridendo si abbracciano o perdono l’equilibrio su un letto, filmate nel mondo di prima, dove si rideva e ci si abbracciava senza pensare al gesto, così, come respirare. 

Le loro risatine meccaniche sono entrate nelle invariabili della quarantena: una, due volte a settimana, per mesi, si ripetevano nella simulazione di desideri e giochi in quello strano mondo ante covid, di viralissimi cuscini d’oca, trapunte collettive. Infestavano come fantasmi il silenzio della stazione, la gigantesca casa fascista, rotto soltanto dagli annunci registrati dei treni che partivano vuoti.
 
Come i falchi e la verdura, è risaputo, Palvin e Skriver sono composte di cellule, sviluppatesi lungo i piani prospettici degli zigomi a cuspide; la genetica ha seguito le direttrici più fotogeniche, verso le vite strette nel vetro e nell’acciaio della vetrina, dove i millenni di selezione naturale possono finalmente vendere i profumi di Victoria's Secret come Bombshell, la bomba.

Sulla vetrina, a sud, si riflette il solito profilo del Pirellone, dove nella Vita agra Tognazzi voleva sganciare la sua.
 
Parlando di bombe: tra il Pirellone e il palazzo della Regione c’è poi un’altra torre, si chiama Torre Galfa. Dopo anni di abbandono, dopo la breve occupazione di Macao del 2012, Unipol l’ha convertita a vocazione mista – hotel di lusso, “fitness center”, sale eventi. Il grattacielo risale agli anni Cinquanta e testimonia, ancora oggi, il potere di chi l’ha voluto. Attilio Monti era il padrone della SAROM, una società che all’epoca raffinava ogni anno 3,25 milioni di tonnellate di greggio per conto di Shell e British Petroleum; l’attività era nata dal nulla vent’anni prima, grazie a una lunga amicizia con Italo Balbo, tra i comandanti della marcia su Roma, poi sottosegretario all'economia nazionale e, tra le altre cose, futuro governatore della Libia.

Qualche anno dopo, tra i documenti rinvenuti nella cassetta di sicurezza di Giovanni Ventura, uno dei neofascisti responsabili della bomba di Piazza Fontana, si nascondeva un’informativa dei nostri servizi segreti militari (all’epoca si chiamavano SID). 

Il rapporto KSD/VI M n. 0281, datato 4 maggio 1969, riferisce che «ambienti politici ed economici italiani, appoggiati anche da ambienti stranieri (fra cui sicuramente americani) hanno deciso la sostituzione del centro-sinistra in Italia con una formula sostanzialmente centrista». Tra i passi per raggiungere quest’obiettivo sarebbe contemplata un’«eventuale ondata di attentati terroristici, per convincere l’opinione pubblica della pericolosità di mantenere l’apertura a sinistra (gruppi industriali del Nord Italia finanzierebbero gruppetti isolati di neofascisti per far esplodere alcune bombe)». Il successivo rapporto del 16 maggio ribadisce il concetto, identifica gli ambienti industriali «principalmente con il gruppo Monti». (Fonte: Benedetta Tobagi)

Di come il petrolio e il terrorismo costruiscano le città, abbiamo già parlato qui: ogni passeggiata tritura storia, biologia e architettura.

 

Abito nel cosiddetto Centro Direzionale. Ogni sera dalla cucina vedo l’apice di Torre Galfa, la torre del petrolio e dell’Ordine Nuovo, illuminata nel tricolore. Quando di mattina connetto il portatile al router, nella lista delle reti succede che appaia “CONSIGLIO REGIONALE”. Il condominio è lambito dalla stessa fibra ottica da cui ogni giorno si scambiano centinaia, migliaia di email dove vengono decisi i contorni della vita a venire, almeno per questa città, che si veste da capitale morale, e di questa Regione, che è il centro economico della nazione.
 
Forse CONSIGLIO REGIONALE ha smistato anche l’email diretta ad Angelo Giupponi (responsabile dell’Articolazione aziendale territoriale del 118, che nei primi giorni della catastrofe di Bergamo invitava la Regione a incaricarsi di misure più severe per tamponare l’emergenza), quell’email di risposta che diceva “sono tre giorni che non dormiamo, non vogliamo leggere le tue stronzate”.

Ma la Lombardia, è bene ricordarlo, ha fatto anche cose buone. A Milano, per esempio, è nato Gadda; grazie alla Brianza, trasfigurata nel Maradagal sudamericano, è stato scritto uno dei libri più importanti della nostra letteratura, La cognizione del dolore.
 
Il tessuto della collettività, un po’ dappertutto forse, nel mondo, e nel Maradagal più che altrove, conosce una felice attitudine a smemorarsi, almeno di quando in quando, del fine imperativo cui sottostà il diuturno lavoro delle cellule. Si smàgliano allora, nella compattezza del tessuto, i caritatevoli strappi della eccezione. La finalità etica e la carnale benevolenza verso la creatura umana danno contrastanti richiami.

A una certa età Gadda diventa una lettura faticosa, perché si lavora troppo, e siamo sempre connessi al router; è faticosa, soprattutto, perché è una storia sofferta. C’è un raro passaggio del romanzo però dove Gadda fingendo ci invita alla speranza:

Tuttavia, persisteva nell’opinione che anche un naufrago, a voler davvero, lo si può ripescar fuori dai flutti, dalla ululante notte: il tessuto sociale interviene allora al soccorso: e agisce contro la cianosi del singolo col vigor non mai spento della carità; opera come una respirazione d’artificio, che ridona al prostrato, dopo il soffio azzurro della speranza, il rosso calore della vita.

Si entra nel mondo della finzione, tra le bombe di una volta e le pubblicità spettrali, e capita di chiedersi: il tessuto sociale è più resistente di astrazioni come lombardie, aliquote e agognate ripartenze?

 
CUBETTI
#1 BECOMING WILD
Uno dei titoli di divulgazione che abbiamo consigliato di più negli ultimi anni è stato Al d là delle parole di Carl Safina. La domanda centrale del libro, come scriveva Nicolò su Esquire, è: “come possiamo dire di sapere dove finisce l’uomo e inizia l’animale?”. In seicento pagine Safina cercava di rispondere raccontando la vita di comunità dei lupi di Yellowstone, delle orche del mare di Salish e degli elefanti del parco naturale di Samburu, in Kenya. Veniva fuori un’opera corale sull’empatia e la compassione, come ha raccontato a Matteo lo stesso Safina in un’intervista al Tascabile. “Cure parentali, soddisfazione, amicizia, compassione e lutto non apparvero così, all’improvviso, con l’emergere degli esseri umani moderni: erano già tutti affiorati in esseri pre-umani. L’origine del nostro cervello è inseparabile dall’origine di quello delle altre specie, nel gran calderone dei tempi evolutivi”.

In questi giorni negli Stati Uniti è uscito un nuovo libro di Safina, Becoming Wild, che sembra voler portare avanti lo stesso discorso aumentando però il grado di complessità: come vivono gli animali al di là dell’istinto, come diventano animali sociali, come imparano a prendersi cura degli altri? Cos’è e dove inizia, in buona sostanza, la cultura? In attesa di leggere il libro, sul sito di TED è disponibile un estratto (in inglese) dove si parla di elefanti e scimpmanzé. 

Per chiudere il cerchio delle auto-citazioni, però, vi rimandiamo anche a una vecchia MEDUSA, la numero 14, “Sassi”:

[Qualche anno fa] il New Scientist raccontava una scena catturata dalla telecamera nascosta da una primatologa in una foresta della Guinea. Mostrava una serie di scimpanzé presi a lanciare delle pietre contro il tronco di un albero, sempre lo stesso. Alcune di queste pietre venivano poi riposte in una cavità tra le radici. La comunità scientifica si interrogò subito sulla questione, tra chi vedeva niente di diverso dal rinforzo di uno status (più faccio rumore, più sono forte), chi vedeva nel gesto lo statuto di un confine, chi ci vedeva infine, come dire, la costruzione di un santuario alle pendici di un albero sacro.
Non possiamo sapere se si tratti di telecomunicazione o mistica, possiamo però immedesimarci nella felice cautela di Laura Kehoe e Jill Pruetz, primatologhe, sempre più convinte di assistere a un set di comportamenti “straordinariamente ricco”, incluse danze della pioggia e del fuoco. 

#2 I FLUSSI E VENEZIA
Grazie Sara per i consigli di lettura, un mazzetto raccolto dal sito di e-flux. Ce ne sono un paio che consigliamo a chi legge volentieri l'inglese. Il primo l'ha scritto un italiano, Andrea Bagnato, e si chiama “Staying at home”. Racconta come abbiamo provato a convivere con la pandemia, nonostante le contraddizioni e il senso di colpa intrecciati dalla retorica governativa; lo fa muovendo dal rapporto del nostro paese con le cosiddette zone rosse, dalla prima arcinota allestita a Genova per il G8, a quella di Codogno poi estesa a tutto il Paese. Andrea Bagnato scrive di zone rosse, ma anche di lazzaretti; il primo venne progettato, insieme a tanti altri dispositivi che hanno modernizzato la storia, dalla Serenissima. Un ponte per il secondo articolo (“When above”), riflessione sull'architettura e la vita in un mondo allagato, che parte da Venezia e passa per il Golfo del Messico e la Mesopotamia, bombardata di elaborazioni grafiche davvero belle, che si capiscono e non si capiscono, come spesso accade su e-flux.

#3 TALKING OF MICHELANGELO
Vi ricorderete dell'Hotel Michelangelo, ne abbiamo parlato qualche MEDUSA fa; da due mesi ormai al Michelangelo vengono “accompagnate persone positive al coronavirus (o negative, da monitorare) che non possono vivere la quarantena nella loro casa. Per varie ragioni, comprese quelle di natura sociale. Possono essere militari che dormivano in camerate da otto persone e un solo gabinetto, o personale sanitario, ma anche donne e uomini abituati da anni a micro redditi e seri disagi abitativi”.
 

Bene, il bilancio sembra migliorare di giorno in giorno: Luigi Regalia, uno dei due responsabili della cooperativa socio-sanitaria che in questi giorni sta gestendo l’hotel, ci aggiorna spesso e volentieri. Ecco allora un video in tema Bombshell, che ci ha mandato, e qui sopra, una serie di foto che Nicolò ha potuto scattare nella hall dell'hotel, adattata a campo base.
 
CABALA
Secondo l’INPS tra il primo marzo e il 30 aprile 2020 in Italia ci sono state circa 47.000 morti in più rispetto alla media degli anni precedenti nello stesso periodo, rispetto ai 28.000 decessi attribuiti ufficialmente al coronavirus . 

Come ricorda il Post, le province di Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi e Piacenza presentano tutte una percentuale di decessi superiore al 200%.

Quasi tutto il nord-ovest dell’Italia risulta interessato da un incremento dei
decessi superiore al 50%. 


Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 418,04 ppm (parti per milione) di CO2.
E questo è tutto: tra due mercoledì, la prossima edizione di MEDUSA.

 
2020 © DE GIULI - PORCELLUZZI 






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