Copy
Leggi questa MEDUSA nel tuo browser
Benvenuti, questo è il numero cinquantotto di MEDUSA, una newsletter bisettimanale a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not

MEDUSA parla di Antropocene, dell
impronta dellessere umano sulla Terra, di cambiamenti climatici e culturali. Storie dalla fine del mondo per come lo conosciamo, ogni due mercoledì.

MEDUSA è divisa in tre parti: un articolo inedito e due rubriche, i link dei Cubetti e i numeri della Cabala. Per il resto, se volete scriverci potete rispondere direttamente a questa email o segnarvi il nostro indirizzo: medusa.reply@gmail.com. Siamo anche su Instagram.


In questo numero leggerete di rettili e resort, di corpi celesti e record mondiali, di nuovi paradigmi e vecchi oligarchi, di virus e Portogallo.
MEDUSA • IGUANA
di Matteo De Giuli
 
L’Iguana, di Anna Maria Ortese, è una favola stralunata e complessa. La trama – le vicende di un ricco milanese che su un’isola semi-deserta del Mediterraneo scopre un’iguana antropomorfa – procede in maniera elusiva per passaggi veloci e onirici, fantastici, spesso assurdi. Come quasi ogni libro di Ortese, anche L’Iguana – che è il suo primo romanzo, uscito nel 1965 a trent’anni dalla pubblicazione dei primi racconti –, ruota attorno alla paura che non possa esistere un rapporto pacifico tra natura e società moderna, che nell’incontro tra umano e non-umano ci sia ormai spazio solo per il conflitto e il martirio.

Cerchiamo di raccontare in che senso, e seguiamo L’Iguana a partire dal riassunto di poche righe che la stessa Ortese ne fa nella raccolta di saggi Corpo Celeste:

“Un brav’uomo va in un’isola - è molto ricco e può andare dovunque...”

Il protagonista, amichevolmente chiamato Daddo, è un nobile, “Don Carlo Ludovico Aleardo di Grees, dei Duchi d’Estremadura-Aleardi, e conte di Milano”. È anche un architetto annoiato che ogni tanto aiuta un amico, Boro Adelchi, che a Milano lavora nell’editoria e cerca disperatamente una storia da pubblicare, che venda. “Ci vorrebbero le confessioni di qualche pazzo, magari innamorato di una iguana”. Dopo poco Daddo parte in barca nel Mediterraneo, per scoprire qualche terra da acquistare.

“…e conosce un mostro. Lo prende come cosa possibile...”

A largo della costa portoghese si imbatte in una piccola isola non segnalata dalle mappe nautiche. È un’isola minuscola dove vivono pochi abitanti: Don Ilario Jimenez, i fratelli Felipe e Hipolito e la loro serva, Estrellita. Una iguana. Che parla.

“…e vorrebbe reintegrarlo – suppone ci sia stata una caduta – nella società umana, anzi borghese, che ritiene il colmo della virtù...”

Daddo si innamora dell’Iguana, un amore colpevole che non si concretizza mai veramente. Prima lei è sfuggente, poi è lui che ha dei ripensamenti, l’interesse si trasforma in repulsione e in distacco. Rimane sempre, però, la compassione del Daddo per la sofferenza dell’iguana, per le sue fatiche di serva, la sua esistenza minuta e esile – è una “iguanuccia”, una “bestiola” con “zampette” che indossa una “sottanina” e si muove con modestia in “ogni inconsapevole attuccio”. Daddo si affeziona a quell’esserino, e decide di comprarlo, di portarselo a Milano. Propone a Don Ilario, padrone dell’iguana, di vendergli Estrellita. In cambio gli propone di pubblicare, una volta tornato in città, alcuni promettenti poemi che, scopriamo, Don Ilario ha scritto e seppellito nei cassetti del suo studio. Don Ilario rifiuta la proposta di Daddo e decide piuttosto di cercare fortuna vendendo le proprietà immobiliari a una famiglia statunitense, i coniugi Hopins, “una famigliola di tipo universale”, “del ceto medio mondiale, cioè americano, in quanto tutte le famigliole, oggi, sono americane”. Gli Hopins vogliono rilevare l’isola e trasformarla in una località di villeggiatura.

“...Ma si è sbagliato: perché il mostro è un vero mostro anzi esprime l’animo puro e profondo dell’Universo di cui il signore non sa più nulla, tranne che è merce”.

Tutti i protagonisti umani del libro hanno un rapporto ambiguo con Estrellita. A seconda del momento, l’iguana metà donna metà animale è ai loro occhi la rappresentazione del demonio, del peccato (l’iguana/serpente), la bestialità pura, l’assenza di anima e di razionalità, un abominio insomma, oppure invece è una “gentile e affascinante figliolina dell’uomo”, “bella”, “bellissima”, “beata”. Gli uomini si innamorano di lei, ma poi, forse disorientati dalla sua doppiezza, la riducono in schiavitù, la condannano a una vita misera, la umiliano: Don Ilario la paga non con denari ma con dei sassolini, facendole credere che si tratti di pietre preziose. Quando arrivano gli americani la bestiola viene più semplicemente presa a calci davanti a tutti. L’umano, la cultura, la modernità, che pure dipendono visceralmente dalla natura, vi si oppongono, la violentano.

La famiglia di imprenditori americani che vuole comprare l’isola è lì a incarnare i primi investimenti immobiliari dei ricchi statunitensi nell’Europa del dopo guerra, ma anche più in generale la mercificazione della natura, e lo svilimento che ne consegue: “al massimo del potere d’ acquisto si ha non so che ottundimento”.

Basta questa oscillazione tra uomo e natura, che nel libro rimane tutto sommato irrisolta, per scardinare però la pretesa superiorità dell’essere umano sulle altre creature viventi, il suo antropocentrismo. In altre parole, nella confusione sentimentale e anatomica tra umano e animale, Ortese sembra dire: siamo come loro, loro sono come noi. “Una verità, come la luce della luna, del tutto presente eppure nascosta”. Ortese lo scriverà ancora più apertamente nella raccolta Le Piccole Persone, con una lucidità quasi ossessiva: gli animali hanno una faccia, sono nostri fratelli, antenati, conviventi, “sono piccole persone mute, un immenso popolo muto, e generalmente mite, ma senza un diritto al mondo, e di cui ciascuno può fare ciò che vuole, e lo fa, macchiando la terra di un solo interminabile delitto, per il quale non c’è mai un gastigo”.

 
Illustrazione di Julian Peters.
La lingua con cui è scritto L’Iguana è ostica, ricca di incisi e periodi lunghissimi, colta e piena di forme auliche, di arcaismi e lambicchi. Lo stile complesso fu una scelta di Ortese per opporsi “all’atroce linguaggio corrente”. “Non potevo più vendere nulla, altro che frasi fatte” (sempre da Corpo Celeste). Se deciderete di leggerlo, vi troverete così davanti a dei dialoghi assurdi, goffi, a volte impenetrabili. Ma incontrerete anche pagine come quelle della prima apparizione dell’iguana, magistrali, dove Ortese riesce a usare le parole come veli e a confondere le effettive sembianze della serva, che passa in maniera anfibia, in poche righe, da “bestiola” a “nonnina” a “ragazza” a “lucertola gigante” a “Esterellita”.

Alla fine Daddo cercherà di salvare in ogni modo l’iguana e se stesso dagli americani. La trama si disarciona, nel finale, da quel poco di realtà che aveva mantenuto e sfuma definitivamente in una serie di visioni farneticanti. Daddo muore, cadendo in un pozzo. Nell’ultimo capitolo ritroviamo Estrellita, anni dopo. La sua metamorfosi è ormai quasi completamente compiuta: è quasi completamente umana, lavora come cameriera nell’albergo che alla fine è stato costruito sull’isola. Dopo qualche stagione è già deserto, abbandonato dai turisti.
CUBETTI
#1 DIPENDE TUTTO DA DOVE ARRIVANO I SOLDI
Il 29 gennaio 2020, cioè mercoledì scorso, è una data che resterà nella storia del movimento ecologista e, almeno speriamo, in quella del giornalismo. Il Guardian, un quotidiano che su MEDUSA citiamo spesso – è tra i più letti al mondo e ha il potere di imporre diversi standard in materia di divulgazione climatica – ha deciso di rifiutare qualsiasi inserzione pubblicitaria proposta dalle compagnie petrolifere.

È una scelta epocale. Perché chi estrae petrolio e carbone ha molti soldi – chi fa giornalismo, no. Per capirne qualcosa di più, Heated ha intervistato Anna Bateson, l’amministratrice delegata del Guardian.

Vi proponiamo alcuni estratti dell’intervista, in alcune parti leggermente modificati per aiutare la comprensione:

“Dal punto di vista commerciale, è sempre difficile per i quotidiani e i canali di informazione. Anche se – considerando le entrate pubblicitarie – l'anno scorso siamo andati in break even, è stata molto dura. […] Se però diciamo che ci sono alcune aziende che non vogliamo promuovere, ce ne saranno altre che preferiranno fare pubblicità con un editore allineato sugli stessi valori, perché possono contare su una relazione seria, affidabile, con il pubblico di quell’editore.

[Le viene fatto notare che alcuni brand controversi dal punto di vista ambientale (per esempio: nel settore automotive) potrebbero sfruttare la “purezza” del Guardian proponendosi come inserzionisti.]

Sì, c’è questa possibilità. Crediamo che le compagnie minerarie e petrolifere, se si parla di advertising e marketing, siano qualitativamente diverse, in termini di obiettivi e di portata. Quindi, certo, potremo essere criticati da alcuni lettori perché accettiamo pubblicità di automobili e linee aree e vacanze lontane, ma crediamo che quelle pubblicità si rivolgano, in fondo, alla scelta del consumatore, permettendo all'individuo di decidere per la propria vita.

Nell'altro caso invece, la pubblicità è lì esclusivamente per plasmare la percezione e la reputazione di queste compagnie [che si occupano di combustibili fossili], ed è qualcosa che non possiamo più accettare.

Vogliamo riferirci all'intento di queste pubblicità. L'obiettivo non è la scelta della persona che consuma; l'obiettivo è farle credere che queste aziende stiano investendo in un futuro più verde – cioè una proiezione disonesta del loro business. [...] Stanno promuovendo un'agenda, un'agenda coerente con il loro lobbismo”.


#2 PER FARE UN ALBERO, CI VUOLE ERDOGAN
Perché allora non omaggiare il Guardian, raccontandovi una storia che abbiamo scoperto proprio lì
L’11 novembre 2019 in Turchia sono stati piantati 11.000.000 di alberi in più di 2.000 zone del paese. “Il programma governativo ha vinto il record mondiale di alberi piantati in un’ora in una singola località, grazie ai 303.150 esemplari piantati nella città di  Çorum, nell’Anatolia settentrionale”.

Poi gli alberi sono quasi tutti morti. Erano stati piantati “al momento sbagliato” e “non da mani esperte”. E se avesse piovuto, certo, sarebbe stato meglio. Il partito di Erdogan, l’AKP, si fregia dei miliardi di alberi piantati negli ultimi diciott’anni: se si legge anche le parti scritte in piccolo, però, si scopre di antiche foreste abbattute per costruire il nuovo aeroporto di Istanbul.

Gli amici ci dicono che siamo entusiasmanti e disperanti; di fatto, cari lettori, così ci appare il mondo nuovo.


CABALA
A oggi il nuovo coronavirus 2019-nCoV ha fatto registrare 20.626 casi (dato in crescita) e 427 morti, con una letalità stimata del 2-3% (cifra preliminare).

Tra il 2002 e il 2003 l’epidemia di SARS (sindrome respiratoria acuta grave), causata da coronavirus SARS-CoV ha fatto registrare 8.096 casi con 774 morti e un tasso di letalità del 9,6%.

Dal 2004 non si sono registrati nuovi casi di infezione di SARS-CoV.

Il coronavirus cosiddetto “mediorientale” MERS-CoV ha fatto registrare, dal 2012 e con focolai maggiori nel 2014 e nel 2015, 2.494 casi, un totale di 858 morti e un tasso di letalità del 34,4%.

Nel 2019 in Arabia Saudita si sono registrati ancora 203 casi di infezione da Sindrome Respiratoria Medio-Orientale da Coronavirus (MERS-CoV).

Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 413,39 ppm (parti per milione) di CO2.
E questo è tutto: tra due mercoledì, la prossima edizione di MEDUSA.

 
2020 © DE GIULI - PORCELLUZZI 






This email was sent to <<EMAIL>>
why did I get this?    unsubscribe from this list    update subscription preferences
MEDUSA · Venezia · Milano, VE 30172 · Italy