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Benvenuti, questo è il numero sessantuno di MEDUSA, una newsletter bisettimanale a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not

MEDUSA parla di Antropocene, dell
impronta dellessere umano sulla Terra, di cambiamenti climatici e culturali. Storie dalla fine del mondo per come lo conosciamo, ogni due mercoledì.

MEDUSA è divisa in tre parti: un articolo inedito e due rubriche, i link dei Cubetti e i numeri della Cabala. Per il resto, se volete scriverci potete rispondere direttamente a questa email o segnarvi il nostro indirizzo: medusa.reply@gmail.com. Siamo anche su Instagram.


In questo numero leggerete di fili d'erba e venti tiepidi, di angeli e feti, poesie e infermieri, di noi e senza di noi.
MEDUSA • ABBRACCIO
di Nicolò Porcelluzzi
 
All’inizio di questo secolo un microbiologo nato e cresciuto in Sri Lanka ha chiesto alla sua equipe di sacrificare alla creatura cinque forme di vita organica. Gli hanno portato delle linee cellulari prelevate dal rene di un cane, dal tumore di un topo, dai polmoni di un feto umano abortito.
 
Invano: la creatura non si mostrava. Gli hanno portato allora il rene di un feto, questa volta di macaco. Era la metà di marzo del 2003: Homo Sapiens esisteva da 200.000 anni, i macachi da milioni di anni. La creatura esisteva da tempo immemore, e per la prima volta si manifestò all’occhio dell’uomo. Le sue particelle erano distribuite nella forma di una sfera ricoperta di punte.
 
Si fece allora quello che fanno gli uomini, dare un nome alle cose, la prima forma di difesa. E così è nata l’idea di Coronavirus Sars, o Sars-Cov, in forma breve. Di solito Sars-Cov ammalava i maiali, i topi, i tacchini; era la prima volta che lo scoprivamo dentro di noi.

Il pensiero dello spillover virale, il salto di specie a cui David Quammen ha dedicato seicento pagine, si presenta come l’ennesimo esercizio di ibridazione tra la storia naturale e la nostra, di esseri umani. Siamo gli unici animali ad avere inventato le sirene e gli angeli. Siamo gli unici a cui manca qualcosa, la tranquillità del destino animale, l’intreccio, lo scontro e la dissoluzione nella terra. 
 
Reni, tumori, polmoni fetali non riusciamo ad amarli come i fili d’erba, i nipotini e i venti tiepidi; eppure sono la stessa cosa, modi di stare allo stesso mondo. Se preferite i secondi ai primi, non siete i soli
.
Nello spazio di MEDUSA abbiamo esplorato spesso il confine tra visibile e invisibile. L’alta finanza che trasforma il mondo delle cose parlottando nei cavi transoceanici; il vapore di Chernobyl’ che contamina le renne dei lapponi e le loro mitologie; culti primitivi nell’Italia del Boom economico, e tanto altro. Di fronte a SARS-CoV-2 ci troviamo di fronte all’ennesimo tentativo di vedere l’invisibile, farne concetto, capirlo: in momenti come questi inizi a credere che il pensiero magico in cui eri immerso da bambino fosse un vaccino per sopportare l’assurdità del mondo fisico.
 
La storia che avete letto in apertura è una semplificazione, una versione ridotta della complessità della ricerca scientifica. In quelle settimane altri gruppi di ricerca europei, cinesi, statunitensi furono in grado di vedere il virus, anche prima Malik Perris a Hong Kong. Ma l’equipe di Perris fu la prima a riconoscerlo e dirlo al mondo. Il racconto della divulgazione scientifica è un compromesso perpetuo, un esercizio di pazienza illimitato che dopo anni inizio a riconoscere grazie al lavoro che facciamo qui dentro.
 
E altrettanto equilibrio ci viene richiesto come lettori di bollettini medici, comunicazioni ufficiali, ordinanze ministeriali. Il metodo scientifico, l’ha scritto Cesare Alemanni in un articolo che vi consigliamo, “è un fascio di luce che avanzando crea tante zone d’ombra quante ne illumina: ci rende note alcune cose anche, se non soprattutto, attestando l’ignoto di altre. [...] Di norma la transizione avviene in una sfera ristretta e specifica del ‘discorso’ pubblico, tra le pagine di giornali accademici e dietro i vetri dei laboratori di ricerca. Nel caso di un’epidemia, l’attraversamento di questo ‘tunnel dell’ignoto’, per forza di cose si svolge sotto gli occhi di tutti. Dai tempi di uscita da esso non dipendono solo migliaia di vite umane. Dipende anche la tenuta psicologica di società che hanno delegato la gestione del rischio a strutture complesse di cui spesso dimenticano il funzionamento”.
 
Tocca abituarci a guardare in due direzioni diverse, al mal di testa. Lo facciamo da qualche anno ormai, e mai come oggi sentiamo la responsabilità del nostro lavoro, il desiderio di renderci utili.
 
Possiamo scegliere
Anni fa, nel suo Spillover, David Quammen scriveva che lo scoppio di una pandemia sarebbe stata soltanto una questione di tempo.
 
Quel che accadrà dopo dipenderà dalla scienza ma anche dalla politica, dagli usi sociali, dall’opinione pubblica, dalla volontà di agire e da altri aspetti dell’umanità. Dipenderà da tutti noi. Quindi prima di reagire in modo calmo o isterico, con intelligenza o stupidamente, dovremmo conoscere almeno le basi teoriche e le dinamiche di quel che è in gioco. Dovremmo sapere che le recenti epidemie di nuove zoonosi, oltre alla riproposizione e alla diffusione di altre già viste, fanno parte di un quadro generale più vasto, creato dal genere umano. Dovremmo renderci conto che sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo. Dovremmo capire che alcune situazioni da noi generate sembrano praticamente inevitabili, ma altre sono ancora controllabili. Gli esperti hanno già indicato questi fattori ed è pertanto facile elencarli.


Li riassumo io: ogni giorno vengono distrutti gli ecosistemi intatti del pianeta, dal Congo al Borneo, dall’Amazzonia alla Nuova Guinea, vengono uccisi gli animali che ci vivevano, vengono mangiati. Dove c’erano foreste si costruiscono “campi di lavoro, città, industrie estrattive, metropoli”. Questi nuovi spazi vengono poi colonizzati con animali avulsi dal contesto, costretti a riprodursi a ritmi che marciscono un organismo imbottito di antibiotici che favoriscono lo sviluppo di ceppi batterici resistenti. Condizioni ideali per la danza dei patogeni. Il salto dall’animale all’uomo, l’evoluzione del contagio, diventa solo questione di tempo. Eccoci di nuovo al punto di partenza: la pandemia è uno degli attributi dell’Antropocene, come le piogge acide e i figli più alti dei genitori.
Viviamo nello stesso sconfinato Cantico delle Creature di Ebola e SARS, manghi e pipistrelli, reni fetali e topi: come esseri umani però, aggiunge Quammen, “possiamo fare mosse intelligenti”.
 
Un essere umano può scegliere di non bere la linfa di palma, di non mangiare scimpanzé, di non mettere il recinto dei maiali sotto un albero di mango, di non liberare le vie aree di un cavallo da corsa a mani nude, di non fare sesso non protetto con una prostituta, di non drogarsi con una siringa usata, di non tossire senza coprirsi la bocca, di non salire a bordo di un aereo se non sì sente bene, di non allevare galline e anatre insieme…
 
Anche questo virus nasce nella natura e finisce nella società.
 
Con le mascherine e tutto
Siamo partiti per un viaggio. Ne ignoriamo durata e destinazione. Sbatti il sacro dalla porta, e quello rientra dalla finestra: c’è una parola che esaurisce quello che sta succedendo, a livello individuale e collettivo. Iniziazione. Ogni gruppo sociale, nel passato e nel futuro, ha codificato il suo rito di iniziazione.

L’esperienza del sacro è l’esperienza di una rottura: cambia la lettura della nostra storia, sconvolge le abitudini e riassesta le priorità. Stiamo vivendo il primo viaggio iniziatico che abbraccia miliardi di esseri umani, e riuscire a viverlo nella consapevolezza è una questione di classe. Sbatti il materialismo storico dalla porta, e pure quello rientra dalla finestra: di diritti e sindacati parleremo nelle prossime settimane, quando si saprà qualcosa.
 
Per ora siamo ancora qui, dove non si sa niente. Le nostre categorie non sembrano più sufficienti, o forse torneranno a esserlo: non lo sappiamo. In questo purgatorio, chi ha la fortuna di avere tempo e silenzio può pensare a quello che non andava, nella vita, e cosa farà tornandoci. Tempo di poesie, per stare insieme e abbandonarsi all’altra dimensione, quella senza denaro.

Mi ha chiamato mia zia l’altro giorno, è un’infermiera da poco in pensione. Nel tempo libero legge e prende i suoi appunti. È molto preoccupata per i suoi colleghi, pensa sempre a loro.
 
Vai scrivi steła
xe tempo de poeti.
In tv ghe gera me cołeghi
 
infermieri ciapai małe
cołe mascherine e tuto
me sò fata un piantìn
 
gò stuà e gò fato e scałe.
A vita nostra xe n’imbuto.
So ndà torme el gaxetin.

 
Scriverle questa cosa per scherzo, nata dalla nostra telefonata, mi ha fatto stare bene. Pubblicarla qui, ancora non lo so, ma credo farà lo stesso effetto. Una volta capito che vergognarsi dei propri versi giovanili fosse più patetico di averne scritti, ho pensato di condividerne un paio qui dentro. Sono poesie scritte tra il 2014 e il 2018, ma non mi sorprende che parlino di questi tempi: ci stavamo avvicinando da anni, tutti insieme.
 
Non sopporto la retorica con cui spesso vengono raccontati i conflitti generazionali, e abbiamo sempre pensato al nostro come uno spazio per tutte e tutti, di qualsiasi età, genere, orientamento, geografia. Mi piacerebbe però dedicarle a chi ha venti o trent’anni, gente che da quando ha raggiunto l’età adulta si trova a saltare da un sasso all’altro del fiume. Questa MEDUSA, insomma, è un tentativo articolato di dirvi che in questo viaggio non siete soli.

 
CUBETTI
#1 BREVE GUIDA
Dopo l'ultima MEDUSA siete diventati ancora di più. E quindi, intanto, benvenuti ai nuovi iscritti.

MEDUSA è ormai in giro da ottobre 2017. Abbiamo scritto tanto, ma se volete leggere qualcosa potete partire dagli ultimi numeri: in PERCEZIONE raccontavamo l’arrivo del nuovo coronavirus a Milano, per esempio.

Parliamo spesso di Antropocene in letteratura e cinema, musica e geografia. Negli ultimi mesi c'è più letteratura del solito. In FOSFENI, per esempio, raccontavamo le poesie di Andrea Zanzotto, e in IGUANA uno dei capolavori di Anna Maria Ortese.

MEDUSA siamo noi due (Matteo e Nicolò) ma MEDUSA è anche un luogo di confronto; grazie a MEDUSA abbiamo incontrato molte persone e scoperto cose nuove. E nel corso degli anni abbiamo anche ospitato amici e amiche con i loro ragionamenti e i loro racconti. Gli ultimi sono stati: Francesco Zanetti su Hollywood e distopie, Francesca Massarenti sullo scontro tra scienza e sacro alla Hawaii, Andrea Porcelluzzi sull’industria alimentare. 

L’archivio degli ultimi venti numeri, comunque, lo trovate qui. Per i numeri ancora più vecchi c’è per ora solo il mercato nero. Una volta al mese, però, un estratto della newsletter viene pubblicato su Not, dove trovate qualche articolo dei primi anni e qualche altro pezzo pensato apposta per la rivista. Questo racconto dei villaggi operai in Italia, per esempio, è l'unione di due vecchie MEDUSE, così come questo lungo pezzo per cui Not ha scelto il titolo-mondo TERMINALI, SOFFERENZE, CAVI DI PLASTICA, SOLDI NEL MARE, ECC.

Proprio per aiutarvi a orientarvi nell'archivio, a ogni modo, quest'estate avevamo creato questi due percorsi di lettura: nel primo radunavamo i nostri pezzi sulla dimensione politica, religiosa e “animale” dell’emergenza climatica, nel secondo i pezzi sulla percezione della crisi, la dimensione narrativa dell’emergenza climatica e quella che abbiamo chiamato "la pista russa" (ci succede spesso di finire a parlare di Russia).

Da qualche mese abbiamo anche uno spazio mensile nel palinsesto di Radio Raheem. Un programma che abbiamo chiamato MEDUSA SONORA, un’ora di chiacchiere un po' sconnesse e anarchiche con un ospite che in ogni episodio si carica il peso di dire le cose intelligenti mentre noi balbettiamo. Nell’ultima puntata, visto che di ospiti non potevamo averne, abbiamo scelto un po’ di musica dalla Playlist di canzoni dell'Antropocene che chiamiamo CU-BEATS e che continuiamo a infoltire grazie ai vostri suggerimenti su Intagram.

#2 SENZA DI NOI
Con l'Italia ferma per il lockdown stiamo assistendo su twitter ai primi capitoli di Il mondo senza di noi: video di delfini che giocano nei porti di Cagliari e Trieste, l’acqua dei canali che a Venezia è trasparente, le anatre che sguazzano nelle fontane di Roma. 

Nel frattempo, confrontando i dati pubblicati sui siti delle ARPA (rispetto il numero di episodi di superamento dei limiti di legge – 50 microg/m3 di concentrazione media giornaliera) e i casi di contagio da COVID-19 riportati sul sito della Protezione Civile, è stato dimostrato che “esiste una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo dal 10 al 29 febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 marzo". 

I ricercatori della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) hanno evidenziato che nella Pianura Padana il particolato atmosferico ha esercitato “un'azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell'epidemia”. Di nuovo: la pandemia è una questione ecologica.


In questi giorni chi è a Milano riesce finalmente a respirare un’aria più pulita, dal balcone. Tutto ciò non significa che questa emergenza sia in fondo benefica per l’ambiente, né che sarà automaticamente l’ovvia occasione per dare vita a una società egualitaria e verde. La storia ha già dimostrato che in tempi di crisi, per ripartire, si investe su fonti energetiche economiche e affidabili: il vento il sole e l'acqua ancora non lo sono. In tempi di crisi, inoltre, più veloce è la ripartenza, più resta indietro chi si trova ai margini. Oggi più che mai, le prossime scelte economiche e politiche a livello globale saranno decisive, allora, per la salute del pianeta e per il tipo di società che vogliamo avere dopo la pandemia.
CABALA
Secondo gli esperti, difficilmente avremo un vaccino per il coronavirus prima di 12/18 mesi.

I casi di COVID-19 registrati finora hanno da poco superato i 200.000.

Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 414,33 ppm (parti per milione) di CO2.
E questo è tutto: tra due mercoledì, la prossima edizione di MEDUSA.

 
2020 © DE GIULI - PORCELLUZZI 






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