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Benvenuti, questo è il numero sessantatre di MEDUSA, una newsletter bisettimanale a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not

MEDUSA parla di Antropocene, dell
impronta dellessere umano sulla Terra, di cambiamenti climatici e culturali. Storie dalla fine del mondo per come lo conosciamo, ogni due mercoledì.

MEDUSA è divisa in tre parti: un articolo inedito e due rubriche, i link dei Cubetti e i numeri della Cabala. Per il resto, se volete scriverci potete rispondere direttamente a questa email o segnarvi il nostro indirizzo: medusa.reply@gmail.com. Siamo anche su Instagram.


In questo numero leggerete di statue e ricordi, di WiFi e Babilonia, sogni e favole, del respiro del pianeta.
MEDUSA • MICHELANGELO
di Nicolò Porcelluzzi
 
Venerdì tornando dalle spese ho allargato la curva che mi riporta a casa e sono passato di fronte all’hotel Michelangelo, dove a Milano da lunedì 30 marzo vengono accompagnate persone positive al coronavirus (o negative, da monitorare) che non possono vivere la quarantena nella loro casa. Per varie ragioni, comprese quelle di natura sociale. Possono essere militari che dormivano in camerate da otto persone e un solo gabinetto, o personale sanitario, ma anche donne e uomini abituati da anni a micro redditi e seri disagi abitativi.
 
Camminando fino all’hotel, per l’ennesima volta l’ammirandolo dal basso verso l’alto, di nuovo ho fallito nel contenerlo con lo sguardo; ci sono delle serate invernali, non poche, in cui la pasta di foschia e tubi di scarico impediscono di vederne la cima. Il palazzo allora, così plastico, la sua tinta ruggine e il fondo grigio-violetto ricorda una scenografia da cinema espressionista.
 
Fuori dall’hotel c’era un uomo solo, appoggiato a un palo segnaletico inutile da settimane, chinato a recuperare delle chat. Ci siamo salutati e gli ho chiesto se per caso lavorava lì. Si chiamava Luigi ed era uno dei due responsabili della cooperativa socio-sanitaria che in questi giorni sta gestendo l’hotel. L’ho capito solo quando me l’ha raccontato: dieci giorni prima avevo incrociato una sua intervista con Barbara D’Urso.
  
Chiuse al Michelangelo si trovano persone che non hanno mai dormito in un hotel. “Magari ti raccontano del viaggio di nozze, di quarant’anni fa... e ti chiedono come accendere l’aria condizionata”. All’improvviso si trovano di fronte a una televisione sottile come un’ostia, la fibra ottica, un letto sproporzionato e il bagno in camera, con una vasca idromassaggio e la sua pulsantiera babilonese.
 
“Ma due settimane nella stessa stanza, soli tra quattro mura, passano lente anche se hai la vasca in bagno. Dobbiamo inventarci qualcosa per creare un minimo di contatto. Oggi per esempio a salutare il personale è passato Maran, l'assessore, e ci ha lasciato duecento colombe, una per una al personale, una per una agli ospiti. Sono cose piccole ma importanti, si condivide qualcosa di buono”

 
14 file x 14 righe, 200 camere. In questo momento la fascia centrale è deserta.
 
Da quell’ora con Luigi, che parla veloce, ho accumulato molto altro materiale; gran parte di questo nei prossimi giorni fluirà in un’intervista; magari tra due settimane condivideremo qualche diario raccolto tra alcuni inquilini dell’hotel, che stanno vivendo una delle forme di isolamento più surreali di questa pandemia.
 
Pietà
Da settimane ormai mi trovo ad arrendermi a certe tempeste di ricordi, frammenti di discorsi, paesaggi, fatiche e citazioni. Tra queste da qualche settimana una ossessiva, a spirale, risale ai tempi dell’università, quel distico di T.S. Eliot:
 
In the room women come and go
Talking of Michelangelo

 
Il distico si ripete in due sezioni di The Love Song of J. Alfred Prufrock, dove “tu e io” camminiamo spaesati in una sera che sembra “un paziente anestetizzato su un tavolo operatorio”, in mezzo a “strade semi-deserte”, tra le notti senza riposo negli hotel (economici, però, nella poesia). E ci sarà tempo, scrive Eliot, per prepararci una faccia per incontrare le facce che incontreremo; ci sarà tempo per te e per me, e tempo ancora per un centinaio di indecisioni, e per un centinaio di visioni e revisioni, prima di prenderci un toast, e un tè.
 
Visioni come quel pomeriggio romano di qualche anno fa, dove dal Colosseo risalgo a caso lungo le Terme di Traiano e finisco nella Basilica di San Pietro in Vincoli, di fronte al Mosè di Michelangelo. Non me l’aspettavo. Era più vivo di me.

Qualche mese prima della pandemia invece, passeggiando con mio padre al Castello Sforzesco, ci siamo trovati di fronte allo spettro della Pietà Rondanini. Le ultime martellate Michelangelo, quasi novantenne, e le sue fatiche, le ossessioni, le ha tirate su questa roccia.

 
Cristo muore abbracciando e abbracciato dalla madre.
 
“Tutto il lavoro della nostra coscienza, con i suoi ricordi e le sue falsificazioni, è una minuziosa e disperata ricerca del tempo perso, e se qualcuno ci trasmette qualcosa prima di andarsene, non siamo venuti al mondo per scioglierne gli enigmi, ma per conservarli intatti”.
 
Ecco quelle pagine finali di Sogni e favole, dove di fronte a un Cimabue insieme a Emanuele Trevi impariamo qualcosa che sappiamo già tutti: i figli tornano alla madre. È Cristo che rivela sua madre, e non viceversa: “è madre il futuro di figlio. Questa è la strada vera. Quando tu vivi, significa che tu ritorni”.
 
Nel marmo scava il mistero della partenogenesi di Maria, l'uovo non fecondato che, come tutto, si trova in natura; gli scambi cellulari raccontano il nostro passato lontano, lampi di memoria nella materia minerale... Fino a dimenticarci che la Pietà è un sasso.
 
Nella statua incompiuta, nel gradiente che ci accompagna dal genio umano del menisco tornito al ritorno nella pietra grezza, possiamo rivivere una vertigine che ci pre-esiste. In questo mondo di virus e mercati finanziari, abbandonata nel buio museale puntinato di led, tra natura e società la Pietà Rondanini continua a oscillare.

Anche se nessuno la vede. Come gli anziani soli, le case popolari sovraffollate e i vaccini, le onde del WiFi lì al dodicesimo piano del Michelangelo, dove intorno ai vedovi fluttuano le foto dei nipotini su whatsapp.
A un certo punto a Luigi, ai piedi dell’Hotel, ho chiesto
 
Il morale com'è?
È ancora alto, è ancora alto. Gli unici contatti però avvengono quando l'operatrice sanitaria dell'ospedale spara la temperatura dalla fronte e chiede un dito per la saturazione. E chiede agli assistiti come stanno: due volte al giorno, mattina e pomeriggio. Per il resto, calma piatta. Ci piacerebbe trovare il modo per raccogliere dei libri, magari dei giornali, da lasciare a chi li desidera. Ci sono dei dettagli che fanno la differenza. Oggi ho visto delle persone a cui allungavo la colomba, con i saluti del Comune, e gli si illuminavano gli occhi dietro la mascherina. La mimica facciale sta cambiando, sta cambiando il linguaggio...
 
Io e te stiamo comunicando comprimendo gli occhi, e immagino sia lo stesso su nei corridoi.
Assolutamente, gli occhi. Hanno una voglia pazza di comunicare. Riesci a capire le emozioni delle persone grazie allo sguardo che ti buttano addosso, hanno bisogno di comunicare. Belle le camere, per carità, ma dopo qualche giorno è dura.
 
Ci sono persone che stanno stringendo rapporti d'amicizia, o cose del genere? Dalle finestre, magari?
Sono tutti affacciati al lato ovest, nessuna delle camere si vede. L'unica possibilità di interazione è l'apertura della porta, quando passiamo per i pasti, quei secondi di scambio. È l'unica relazione che si riesce a intrecciare: dobbiamo evitare i contagi.
  
Sul centinaio di assistiti all'hotel, quanti sono da soli?
Tutti. Ci sono solo due nuclei familiari, una madre con il figlio, un'altra con la figlia. Rispetto alle età la forbice è molto ampia: dai trentenni delle forze dell'ordine o del personale sanitario, ai sessantenni, italiani e stranieri. C'è un signore con la moglie intubata da venti giorni. È positivo, e non sa quasi niente di lei. 
 
Che lavoro fa?
Il muratore. L’altro giorno abbiamo visto insieme come si apre la porta, la vasistas, come funziona il bagno... cerchi di renderti utile. La regola fondamentale per noi, qui dentro, è darci del tu: non c'è dottore, infermiere o assessore che tenga.  Contano solo i problemi, e le soluzioni. Non è mancanza di rispetto, ma un modo per entrare nelle nostre sfere personali. Chiunque tu sia, curami, dammi una mano.
*
 
Anche chiusi in casa, lontani ore o mesi dai nostri affetti, ci sentiamo manipolati da queste scariche occulte, i sentimenti. Di paternità, nostalgia, sorellanza, ma anche patriottismo ridicolo, dipendenza, depressione. Poi tiriamo su la schiena verso la sedia, sentiamo i piedi spingere sul pavimento. Siamo qui, siamo mammiferi: in una camera con quattro pareti, una porta e un letto. Respiriamo, sentiamo gli odori e i polmoni dilatarsi. Siamo animali che scrivono.
CUBETTI
#1 ALTRI GRAFICI
Francesco ci chiede, scrivendoci a medusa.reply@gmail.com, “ma in questo periodo di pausa globale, non dovrebbero diminuire le ppm di CO2 che danzano nell’aria?”. Ce lo siamo chiesto anche noi.

Il numero con cui chiudiamo la CABALA ogni volta è preso dalla cosiddetta curva di Keeling,
 il grafico dell'accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera che viene aggiornato in base ad alcune misurazioni prese in un osservatorio delle Hawaii (parte di quella storia la raccontavamo in una delle prime MEDUSA).

È un dato che da solo non racconta poi molto, ma è stato eletto a simbolo dell’impatto dell’uomo sull’equilibrio del pianeta, impatto di cui la curva di Keeling è in effetti stata, storicamente, ed è ancora, uno dei tanti indizi che ci hanno fornito ormai decenni fa la prova definitiva delle nostre responsabilità.

Ma quella di Keeling non è una curva lineare né di lettura immediata. Nell'ultimo anno, per esempio, ha questo aspetto qui:

Se consideriamo gli ultimi due anni invece diventa così:
Le oscillazioni sono dovute ai cicli della vegetazione, ovvero alla variazione stagionale nell’assorbimento di anidride carbonica da parte della vegetazione. Romanzando un po’: è il respiro del pianeta, che grazie alla fotosintesi delle piante durante l’estate nell’emisfero boreale riesce a catturare temporaneamente un po’ di CO2.

Ma se guardiamo il grafico totale degli ultimi decenni ci togliamo subito ogni dubbio sulla crescita generale della CO2. Eccolo qua:
Ora, per tornare alla domanda di Francesco: riusciremo a leggere la crisi economica da coronavirus anche nella curva di Keeling?

Secondo lo scienziato dell’atmosfera Ralph Keeling (figlio, appunto, di Charles Keeling, il ricercatore che per primo registrò l’aumento di biossido di carbonio imputabile alle attività umane) sul piano teorico ci vorrebbe una diminuzione del 10% nell’uso di combustibili fossili su scala globale per leggere una prima deviazione chiara dalla curva del padre (chiara ma non poi così netta: di 0.5 ppm – d'altra parte, anche se ci estinguessimo in questo preciso istante, secondo i calcoli ci vorrebbero 100.000 anni per tornare a livelli di concentrazione di anidride carbonica come quelli pre-industriali). Nessun evento negli ultimi sessant'anni, nessuna crisi economica né crollo geopolitico, nessuna guerra e nessuna regolamentazione energetica, da quando esiste la curva, ha mai lascato traccia nel grafico.

Ma i tempi che stiamo vivendo sono inediti anche in questo, e probabilmente sì, l'emergenza sanitaria si potrà leggere anche sulla Keeling Curve, sebbene ci vorrà un po' di tempo per far parlare chiaramente i dati che, come avete visto, non possono avere una lettura immediata.
#2 NUOVI CU-BEATS
In queste strane condizioni stiamo comunque portando avanti in qualche modo anche il progetto di MEDUSA SONORA, il nostro programma su Radio Raheem. Sul sito della radio si possono recuperare tutte le vecchie puntate, quelle in cui potevamo ancora incontrare ospiti e lasciarli parlare per un’ora al posto nostro, e potete ascoltare anche le ultime due puntate, compresa quella andata in onda giusto lunedì scorso, in cui abbiamo invece deciso di farvi ascoltare le tracce della playlist CU-BEATS: le canzoni dell’Antropocene che stiamo collezionando grazie ai vostri consigli su Instagram.

#3 TUTTA LA VERITÀ SUI RINOLOFIDI
Nell'ultima newsletter abbiamo scritto un'imprecisione rispetto ai pipistrelli che probabilmente hanno veicolato il coronavirus nei pangolini (forse), e poi nell’uomo (questo è sicuro). Per la segnalazione dobbiamo ringraziare Mauro Bon, che è il Responsabile Ricerca e Divulgazione Scientifica del Museo di Storia Naturale di Venezia.

Ferro di cavallo è un nome troppo generico e non è l'unica specie appartenente alla famiglia dei rinolofidi, composta da circa 130 specie. Tra l'altro ne esistono almeno 4 specie che vivono in Italia e non sono assolutamente pericolose, né tantomeno trasmettono il Covid 19. Insomma non vorrei che qualcuno che ha i Rinolofi in soffitta facesse come i cinesi!

Infine Mauro consiglia la pagina dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, dove si legge: 

Nei pipistrelli “n
essun coronavirus potenzialmente dannoso per l’uomo è stato isolato in Italia o in Europa e la prossimità di pipistrelli all’uomo, come ad esempio quella che si realizza in presenza di colonie di questi mammiferi in aree abitate, non pone rischi di trasmissione di SARS-CoV-2.

Si ricorda inoltre che i pipistrelli italiani svolgono un importantissimo servizio ecosistemico sopprimendo insetti effettivamente o potenzialmente nocivi alla salute umana, ai coltivi e ai boschi. Pertanto, la presenza di pipistrelli anche in prossimità di aree abitate costituisce un elemento positivo e non deve causare preoccupazione. I pipistrelli italiani e i loro rifugi sono strettamente tutelati dalla legge del nostro Paese e dalle norme comunitarie, che ne vietano, tra l’altro, l’uccisione, l’alterazione o la distruzione dei siti in cui essi sostano, si riproducono o svernano.

L’Italia si è impegnata sul piano internazionale nella tutela di questi animali, minacciati dalla scomparsa o dall’alterazione dei loro habitat così come dallo sviluppo di infrastrutture e diffusione di pesticidi, aderendo alla convenzione UNEP denominata EUROBATS con legge n. 104 del 2005”.
CABALA
Alcuni nuovi resti del sito di Abri du Maras, in Francia, risalenti a circa 45.000 anni fa, testimoniano l’uso, da parte dei neanderthaliani, di fibre naturali per la produzione di filati. 

Si tratta in particolare di un frammento di corda di 6 millimetri, costituito da 3 fasci di fibre intrecciati ottenuti dalla corteccia di un albero.

Le fibre sono legate a una scheggia di pietra di 60 millimetri: l’ipotesi dei ricercatori è che la corda fosse un manico o che facesse parte di una rete o di un sacchetto contenente lo strumento in pietra.

Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 416,11 ppm (parti per milione) di CO2.
E questo è tutto: tra due mercoledì, la prossima edizione di MEDUSA.

 
2020 © DE GIULI - PORCELLUZZI 






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