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Benvenuti, questo è il numero trentaquattro di MEDUSA, una newsletter bisettimanale a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not

MEDUSA parla di Antropocene, dell
impronta dellessere umano sulla Terra, di cambiamenti climatici e culturali. Storie dalla fine del mondo per come lo conosciamo, ogni due mercoledì.

MEDUSA è divisa in tre parti: un articolo inedito e due rubriche, i link dei Cubetti e i numeri della Cabala. Per il resto, se volete scriverci potete rispondere direttamente a questa email o segnarvi il nostro indirizzo: medusa.reply@gmail.com


In questo numero leggerete di depressione e attivismo, di New Green Deal e negazionisti, di Katowice e Davos. 
MEDUSA • SCIOPERO
di Alessio Giacometti 
 
Greta Thunberg sentì parlare per la prima volta di cambiamento climatico nel 2011, all’età di otto anni. Lo racconta in un TED Talk che, nel momento in cui scrivo, conta 428.197 visualizzazioni, ma il numero sale di minuto in minuto. A casa e a scuola le chiedevano di “spegnere la luce, per risparmiare energia, e di riciclare la carta, per risparmiare risorse”. Le storie tragiche e assurde sulla fine del mondo che da bambina leggeva nei libri di ecologia le entrarono nel corpo come un virus. A undici anni smise di parlare e di mangiare, e in due mesi perse dieci chili. I suoi genitori – la cantante d'opéra Malena Ernman e l'attore Svante Thunberg, entrambi svedesi – la fecero vedere a degli specialisti. A Greta furono diagnosticati la sindrome di Asperger, il disturbo ossessivo-compulsivo e il mutismo selettivo, in quello che possiamo considerare uno dei primi casi conclamati di “depressione da Antropocene”.

Che l’Antropocene possa indurre sindromi depressive o pulsioni suicidarie, rendere incapaci di reprimere una sensibilità che partecipa dei mali del mondo, è comprensibile. Viene in mente Justine, la protagonista di Melancholia di Lars von Trier. In tutto il film è l’unica a segnalare con una condotta sregolata le alterazioni della psiche indotte dal progressivo avvicinarsi dell’apocalisse. Gli altri personaggi dissimulano con triste ipocrisia l’imminenza del disastro, continuando a recitare l’enorme menzogna della vita in società. Farsa e tragedia, diceva Marx, sono reazioni divergenti accomunate da una medesima tensione alla catastrofe.



Quando non arriva ad annichilire il pensiero, la depressione da Antropocene s’accompagna all’urgenza di comunicare: guardandoci alle spalle troviamo Baudelaire, che in sogno crede di intravedere la rovina della civiltà nel crollo di una torre. O Nietzsche, che nello spazio-tempo di un’allucinazione racconta l’irrigidirsi della stella su cui, un tempo, “animali intelligenti scoprirono la conoscenza”. Se gli intellettuali hanno una funzione morale, in società, il loro compito è di avvistare il colossale blocco di ghiaccio e granito cui il transatlantico dell’umanità punta a tutta dritta, e di farlo in anticipo sull’impatto venturo. Anche la vedetta Thunberg, come Nietzsche e Baudelaire prima di lei, annuncia il proprio avvistamento: “non potremo salvare il mondo rispettando le regole, perché sono quelle stesse regole a dover essere cambiate. Deve cambiare tutto. E il cambiamento deve iniziare oggi”. Per centinaia di migliaia di anni Homo ha vissuto contro natura, poi ha inventato la Tecnica e ha cominciato a vivere della natura. Ora, ci invita la sacerdotessa di un culto ancora nuovo e irriflesso, è tempo di vivere per la natura.

L’astro nascente dell’ambientalismo internazionale ha mosso i suoi primi passi nel maggio del 2018, con la vittoria in un concorso di scrittura sull’ambiente promosso dal giornale svedese Svenska Dagbladet. L’articolo di Thunberg venne pubblicato, e alcuni interessati cominciarono a contattarla. Tra questi anche Bo Thorén della Fossil Free Dalsland, allora in cerca di giovani attivisti da coinvolgere in progetti innovativi di difesa dell’ambiente, come lo sciopero della scuola. Nessuno degli altri partecipanti, però, credeva veramente all’iniziativa, così Thunberg abbandonò il gruppo e cominciò da sola la propria personalissima battaglia ambientale il 20 agosto 2018. Contro il volere dei genitori, Thunberg si astenne dall’andare a scuola sino alle elezioni nazionali del 9 settembre, preferendo accamparsi fuori dal Parlamento svedese armata soltanto di un impermeabile giallo e di un cartellone con uno slogan tutt’altro che sibillino: Skolstrejk för klimatet, “sciopero della scuola per il clima”.

Dopo le elezioni, ha continuato a manifestare ogni venerdì sino all’attuale venticinquesima settimana di astensione, accompagnando nei suoi post sui social network l’hashtag #FridaysforFuture ai precedenti #Klimatstrejka e #ClimateStrike. Anche se una generazione soltanto mi separa da Greta Thunberg, ai miei tempi lo sciopero delle lezioni era un pretesto come un altro per marinare la scuola. Mai ci sarebbe venuto in mente di incrociare le braccia per fare pressioni sul governo affinché riducesse le emissioni di CO₂.

Protestando in solitudine Thunberg inventa una forma di razionalità alternativa a quella disciplinare dello Stato, che la vorrebbe curva sul suo banco di scuola come gli altri studenti. Ma la sua diserzione è solo un espediente per rendersi rilevante al circuito mediale, condizione preliminare per attivare il dissenso collettivo e riaggregarlo sotto forma di consenso intorno a una nuova professione di fede. È avvenuto così che la battaglia ambientale di quest’adolescente svedese con trecce alla francese facesse rapidamente il giro del mondo: ne hanno scritto The Guardian, Le Monde, La Repubblica, Huffington Post. Mentre Thunberg espatriava a Bruxelles per il Rise for Climate e a Londra per la Declaration of Rebellion, il climate strike del venerdì ha cominciato a diffondersi nei Paesi a maggiore coscienza ecologica: in Svizzera hanno già aderito al movimento oltre 10.000 manifestanti, in Germania gli scolari hanno scioperato in più di 20 diverse città, a Bruxelles si sono contati in piazza quasi 35.000 manifestanti, mentre in Regno Unito è stata annunciata la mobilitazione generale degli studenti per venerdì 15 febbraio. In Italia, invece, il climate strike ha trovato il sostegno del climatologo Luca Mercalli, e lo sciopero nazionale è stato fissato per il 15 marzo.



Alla COP24, summit dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi lo scorso dicembre a Katowice, in Polonia, Thunberg viene invitata per un discorso di tre minuti e venti, condotto con un inglese talmente impeccabile da rendere superflue le cuffie per l’audio-interpretariato alle orecchie dei potenti della terra. Il 25 gennaio 2019, invece, un discorso di sei minuti al World Economic Forum le offre l’occasione di fissare ulteriori elementi del nuovo credo collettivo che va predicando: “qui a Davos – proprio come in qualsiasi altro luogo – tutti parlano di denaro. Sembra che solo il denaro e la crescita siano le nostre maggiori preoccupazioni”. Solo un anno prima, proprio al WEF, lo spirito del tempo si era concesso agli uditori più attenti nelle parole di Jack Ma, presidente di Alibaba: “io penso sia impossibile fermare il mercato. Il mondo ha bisogno del mercato. Il mercato è forse il solo sistema per risolvere i conflitti. Se si ferma il mercato, comincia la guerra: questo è ciò che ho sempre pensato”.

Thunberg, come i grandi veggenti venuti prima di lei, ha il dono di dire con brutale chiarezza ciò che il mondo pensa già, ma che non oserebbe mai pronunciare: “più ancora della speranza, ci serve l'azione. Perché quando inizieremo ad agire, la speranza sarà ovunque”. Una critica letale all’immobilismo della diplomazia ambientale che rimbomba come un boato nei salotti del potere mondiale, Davos e Katowice. Quello predicato da Thunberg è un pragmatismo ecologista capace di ricomporre gli antichi scismi che avevano frantumato l'ambientalismo sin dagli albori. Nella sua “giustizia climatica” trovano posto l’ecomarxismo e la teoria della decrescita, l’ecologismo scientifico e l’ecofemminismo, miscelati tutti assieme in un movimento giovanile e militante che apre uno squarcio insanabile con la passività, l’egoismo e l’inettitudine dei diplomatici del clima.



L’innocenza cosciente di Thunberg libera la questione ambientale dalla zavorra sovrastrutturale con cui l’avevamo gravata, riportandoci alle domande essenziali: “ma perché non riduciamo le nostre emissioni? Perché, in realtà, continuano ad aumentare? Siamo consapevoli di causare un’estinzione di massa? Siamo malvagi dentro, forse? [Are we evil?]”. Per usare le parole di Serge Latouche, l’“obiettrice di crescita” Thunberg professa un ambientalismo orizzontale contro la verticalità dell’attuale società politica ed economica. L’ecologismo non può più prescindere dalla giustizia sociale, da quell’equità che Thunberg sostiene essere “assolutamente necessaria per far funzionare l’accordo di Parigi su scala globale”.

Di fronte all’enormità del problema ecologico, la maggior parte delle persone non riesce a muovere nemmeno un dito, incalzata com’è dalle routine della vita quotidiana. “La storia dell'umanità è comunque un dramma pieno di rumore e furore”, per citare ancora Latouche: un dramma in cui mica tutti possono fare gli eroi ambientali. Thunberg, però, rimane fedele alla sua missione anche di fronte ai grugni più vizzi del gotha mondiale: “la nostra casa sta bruciando. […] Io non voglio la vostra speranza. Io non voglio che voi siate speranzosi, io voglio che tremiate [I want you to panic]. Io voglio che proviate la stessa paura che provo io ogni giorno”.

I messaggi postati sul suo account Instagram – 282.000 follower, in costante ascesa – scandiscono le tappe evolutive della profezia di cui Thunberg si fa vate: all’inizio il solo invito alla mobilitazione collettiva, ora anche la pedagogia delle masse con le foto dei tuberi raccolti nell’orto di casa, dei pranzi vegetariani, degli spostamenti in treno attraverso l’Europa. Negli ultimi tempi invece la foto con la primatologa e attivista Jane Goodall (su Facebook, invece, con Al Gore), e quella di uno school striker che alza al cielo il cartellone “Make the world Greta again!”, come fosse una tavola delle leggi. Fantasia al potere, altro che il negazionismo di Donald Trump.

Quando nell’agosto scorso Thunberg cominciò la sua battaglia per la difesa dell'ambiente con lo sciopero della scuola, i detrattori da più parti l’accusarono d’essere pilotata, di non scrivere da sé i discorsi che tiene in pubblico. Altri le dissero che avrebbe fatto meglio ad andare in classe e a studiare per diventare una scienziata del clima. L’assillo che ciò non fosse abbastanza e che non le permettesse d’agire in tempo, però, l’angosciava nel profondo. In Solar di Ian McEwan (Einaudi, 2010), allo scienziato che si occupa di cambiamento climatico viene fatto notare che “prendere l’argomento con la serietà dovuta avrebbe significato non pensare ad altro ventiquattr’ore su ventiquattro. Il resto diventava irrilevante, al confronto”. È un rimprovero ragionevole, che Thunberg rielabora e scarica sul muso dei politici indolenti e dei giornalisti conniventi di Katowice e Davos: “nessuno ne parla. Nessuna riunione d'emergenza, servizi in tv, edizioni straordinarie. Nessuno agisce davvero come se fossimo in crisi”.

Il tabù ecologico – l’ultimo a essere rimasto, forse – cresce sul silenzio degli uomini, sulla sterilità del dibattito pubblico che non ci ricorda ogni santo giorno la drammaticità della questione ambientale. La voce soave di Thunberg si alza come un canto in mezzo ai latrati: “siamo venuti qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene alle persone”. E quel potere ci serve tutto e subito, per cambiare finalmente il nostro destino naturale.
CUBETTO
#1 LA CROCIATA DEI BAMBINI 
Negli ultimi tempi, oltre oceano, si parla sempre di più di New Green Deal. Come si può intuire, un’etichetta ispirata alla manovra titanica con cui Roosevelt tentò di rimettere in piedi gli Stati Uniti dopo la Grande Depressione. Anche il New Green Deal (da qui in poi: NGD) si presenta come un’ampia serie di programmi che ambiscono a trasformare tutti i settori dell’economia: nel manifesto si parla di deserti ricoperti di pannelli solari – per consumare solo elettricità pulita entro il 2035, nuove ferrovie, interventi capillari in ottica di efficientamento (si dice così, ci dispiace) energetico degli immobili, privati e non. Una manovra che, sulla carta, darebbe lavoro e cibo a milioni di famiglie.

Oggi, 13 febbraio 2019, tutto questo è un miraggio. Alla Casa Bianca c'è un uomo dalle ridotte capacità intellettive, apparentemente sprovvisto di coscienza e potere immaginativo, che ha vissuto una vita di cene in compagnia di lobbisti di petrolio e carbone. I Democratici sono in netta minoranza al Senato, e se vogliono portare a termine qualcosa di simile al NGD devono riprendersi il Senato e vincere le elezioni del 2020, le più estreme degli ultimi decenni. E anche se vincessero, sarebbero poi interessati al NGD? 

Branko Marcetic su Jacobin riassume la posizione ufficiale assunta negli ultimi anni dai Democratici (la frazione egemonica, anti-Sanders, per intenderci) riguardo la minaccia del riscaldamento globale e gli attivisti che glielo ricordano: ok, il clima sta cambiando irreversibilmente e siamo una delle poche potenze economiche che può farci davvero qualcosa, ma – davvero – non affannateci. Oggi poi c’è pure la neve per strada.

Tanto sono generiche le proposte spinte dal manifesto NGD, quanto sono stati vaghi gli endorsement dei Democratici oggi più in vista. Per esempio: informato di una delle idee programmatiche di Ocasio-Cortez, tassare del 70% i contribuenti più ricchi per finanziare le policy del NGD, il numero due dei Democratici, Steny Hoyer, si è fatto due risate. Il presidente della Commissione Energy and Commerce della Casa Bianca ha dichiarato che gli Stati Uniti “dovrebbero considerare” di azzerare i consumi di emissioni di carbonio entro il 2030, “ma potrebbe non essere tecnologicamente o politicamente fattibile”.

Ocasio-Cortez sembra consapevole della solidità di questa argomentazione, anzi potrebbe anche concordare, ma la forza che sembra trascinarla negli ultimi mesi sta in questa differenza: fare politica è anche provare a realizzare quello che sembra impossibile, canalizzando l’energia psichica e fisica di chi ci vuole credere. Immaginare un futuro e crederci è rischioso, ti espone al ridicolo e al senno di chi non ci ha provato, ma qualcuno deve pur farlo.

Gli ultimi mesi, forse anni, stanno chiarendo un’evoluzione che non va presa per scontata: i cambiamenti climatici non possono essere ignorati dai democratici candidati alla Presidenza. Molti di loro credono ancora che la soluzione sia da delegare ai mercati, a una loro supposta maturità civica, responsabilità etica: vivono nel passato. La loro visione sul tema sarà discriminante per la corsa alle primarie, e alla presidenza degli Stati Uniti. Abbiamo di fronte un’evoluzione sempre più incoraggiata dall’attivismo di ambientalisti che hanno meno di quarant’anni, anzi, meno di trenta come Ocasio-Cortez, meno di venti come Greta Thunberg.

 
CABALA
Secondo Greenpeace, quasi un quinto del budget dell'Unione Europea viene speso per gli allevamenti intesivi.

Più del 40% delle specie di insetti conosciute è in declino e almeno un terzo è in pericolo, secondo una nuova analisi pubblicata su Biological Conservation.

Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 412,48 ppm (parti per milione) di CO2.
E questo è tutto: tra due mercoledì, la prossima edizione di MEDUSA.

 
2019 © DE GIULI - PORCELLUZZI 






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